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“Beau ha paura”. Di tutto. Il nuovo grottesco e surreale horror di Ari Aster

Beau Is Afraid (Beau ha paura) è il nuovo film di Ari Aster, regista di Hereditary e Midsommar, prodotto dalla A24 e con protagonista Joaquin Phoenix (qui la recensione del suo Joker) che uscirà in sala in Italia il 27 aprile 2023.

Ari Aster, tra horror e grottesco

Per parlare di questo film però vorrei tornare indietro, ad un video/cortometraggio di Ari Aster disponibile gratuitamente su Vimeo caricato 12 anni fa e scoperto in una vecchia chat WhatsApp con un amico e che tutt’ora tiro fuori ogni volta che si parla di questo regista. Il video, dal titolo TDF: Really Works, è una sorta di finta pubblicità di un dispositivo dal nome Tino’s Fart Dick, una pompetta da infilare nel glande e premere per effettuare scoregge dal pene.

È un video molto divertente e dura solo 2.43 minuti quindi vi invito a recuperarlo qui.

In Beau Is Afraid non ci sono pompette per effettuare scoregge dal pene. Se però di solito mandavo questo video ai miei amici sottolineando fosse fatto dal regista di Hereditary e Midsommar per far vedere come sia passato da divertissement nonsense a due dei film horror più inquietanti e riusciti degli ultimi anni, nelle tre ore di Beau Is Afraid ho rivisto quella comicità grottesca e surreale, quel gusto per il gore gratuito e le battute sessuali, e quelle atmosfere insane dei 3 minuti scarsi di TDF: Really Works. In un certo senso, forse, Beau Is Afraid è il primo film in cui Ari Aster si sente davvero libero di essere Ari Aster.

Una battuta in particolare, tra l’altro, è molto simile tra le due opere: così come in TDF: Really Works dopo l’utilizzo del Tino’s Fart Dick non si può bere liquidi per i successivi minuti e latte per i successivi 4 anni, in Beau Is Afraid ci sono delle pillole da usare necessariamente con dell’acqua, che porteranno il protagonista a doverne cercare una bottiglia ad ogni costo.

Beau ha paura. Di tutto. Sempre.

Come suggerisce il titolo del film, Beau ha paura. Di tutto. Per tre ore continueranno ad accadergli eventi folli e surreali che molto presto non si è più in grado di definire reali o meno. Il punto di vista del racconto, ancorato al protagonista interpretato da Joaquin Phoenix, è infatti quello di un narratore di cui nonostante la sua (almeno apparente) buona volontà non riusciamo mai a fidarci del tutto. Tra realtà e sogno, tra presente e futuro, i piani sembrano continuare a confondersi e a volte anche ad interagire tra loro, in un flusso costante di fughe che sembrano non finire mai.

Fughe da uomini nudi che accoltellano gente a caso, da baraccopoli metropolitane iperviolente abitate da umani che si comportano come zombie, da una coppia di medici un po’ troppo accoglienti e ossessionati dagli psicofarmaci, da ex militari traumatizzati dalla guerra, e da molto altro ancora, in mille situazioni diverse al limite della sanità mentale. Una fuga da sé stesso e al contempo una fuga dal caos del mondo quotidiano, in particolare quello americano, con tutte le sue contraddizioni e ossessioni. 

Citando Territorial Pissing dei Nirvana, che a loro volta citavano Joseph Heller, scrittore del capolavoro surreale e grottesco “Catch-22” (da cui è stata tratta la serie TV diretta da George Clooney): “Solo perché sei paranoico, non significa che non ti stiano veramente seguendo“. La continua fuga di Beau, sensata o meno che sia, non lascia un secondo di pausa e tiene sempre col fiato alla gola, grazie ad una grande gestione del ritmo da parte del regista, ad alcuni stacchi temporali (e surreali) particolarmente inquietanti e alla colonna sonora di Bobby Krlic, con cui il regista aveva già collaborato in Midsommar, che mantiene un continuo sottofondo horror di tensione.

Ari Aster e la famiglia americana: un rapporto complicato

Il vero tema protagonista del film è sicuramente il rapporto di Beau con la madre, figura di cui Beau sembra nutrire un mix tra amore, timore, dipendenza e frustrazione. Incapace di scegliere da solo, Beau nonostante sia un uomo di mezza età sembra comportarsi sempre come un bambino, spaventato da tutto ciò che ha attorno e desideroso dell’amore della madre e del padre che non ha mai conosciuto. Colpevole di non essere mai abbastanza per la madre, il rapporto con i genitori è uno dei temi su cui si muove tutto il film (e tema che nella filmografia di Ari Aster abbiamo già visto in Hereditary e nel corto The Strange Thing About the Johnsons), attraverso sogni ricorrenti, memorie traumatiche, ammonimenti, promesse e punizioni che segneranno Beau dall’infanzia all’età adulta.

Reale, irreale, mostri, incubi e lo sguardo alienato di Beau

La quantità di elementi, di personaggi e di eventi folli nel nuovo film di Ari Aster è davvero vertiginoso. Affascinante e di difficile comprensione, il film racconta di un personaggio troppo debole e incapace di muoversi in un mondo caotico, complesso, delirante e grottesco, in cui ogni passo sembra sbagliato. Un personaggio a metà tra la figura dell’inetto Sveviano che viene vissuto dalla vita passivamente e quella dello Straniero di Camus, condannato non tanto per i suoi atti ma per la sua incapacità sociale e umana.

La regia, altamente immersiva soprattutto in un lungo sogno in cui live action e animazione si mischiano con un effetto che ricorda Dreams di Akira Kurosawa, predilige il punto di vista alienato e alienante di Beau. Attraverso semisoggettive o vere e proprie soggettive, sogni, incubi, ricordi, realtà e immaginazione sembrano fondersi, lasciando lo spettatore sempre con il dubbio su cosa sia reale o meno, giocando anche con le regole del montaggio classico Hollywoodiano in cui le dissolvenze di solito indicano l’entrata e l’uscita dal mondo dei sogni.

Beau Ha Paura non è un film per tutti

Il nuovo film di Ari Aster è un film divertente, ansiogeno e folle che lascia con più domande che risposte. Non è un film che piacerà a tutti: a tratti nonsense, di difficile interpretazione, e di lunga durata, la sua visione potrebbe sembrare ad alcuni quasi una continua presa in giro per lo spettatore. Se cercate in questo film un sequel spirituale di Hereditary e Midsommar potreste rimanere delusi dal netto cambio di direzione, se apprezzate le atmosfere deliranti e la comicità grottesca di autori come Lanthimos questo film potrebbe invece essere adatto a voi. A livello di ritmo e situazioni Beau Ha Paura è un film imprevedibile, fresco e accattivante e che non annoia nemmeno per un minuto, qualcosa che nonostante possibili citazioni e agganci tematici, suona nel complesso totalmente diverso da qualsiasi cosa abbiate già visto, e che per questo merita assolutamente una visione.

Mario Monopoli