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CineSpecial – La Battaglia Di Algeri

CineSpecial – La battaglia di Algeri

Regia di Gillo Pontecorvo, Italia, 1966, 123’

La Battaglia di Algeri vinse nel 1966 il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia e nel 1967 ebbe tre nomination agli Oscar: miglior regista, migliore sceneggiatura originale e miglior film straniero, categoria per cui si aggiudicò la statuetta.

Il film ci catapulta nell’Algeria in piena lotta per l’indipendenza, nel 1957.

Storicamente, nel 1954 è cominciata la guerra di liberazione, guidata dal Fronte di Liberazione Nazionale algerino: conflitto che, generatosi nelle montagne, esploderà, nel 1956, nella capitale.

La Battaglia di Algeri è ambientato per la maggior parte nella Kasbah, la parte antica della città, fatta di vicoli stretti e tortuosi che saranno determinanti nel rappresentare la resistenza algerina. La pellicola ha inizio nel 1957, nel momento in cui i militari dell’esercito francese del colonnello Philippe Mathieu (interpretato da Jean Martin) scoprono il nascondiglio del sovversivo Ali La Pointe (Brahim Haggiag), un giovane contadino analfabeta membro del FLN. Dentro il suo covo, in bilico tra la vita e la morte, torna indietro nella memoria al 1954 quando, durante il carcere, assiste alla decapitazione di un suo concittadino: gesto che lo porta alla fuga, al ritorno alla Kasbah e alla collaborazione con l’FLN. Comincia la guerriglia.

Ha inizio un alternarsi di azioni e reazioni, mosse e contromosse che segnano il lento processo per l’indipendenza. Non ci sono buoni o cattivi: Pontecorvo sceglie di sfumare la polarizzazione “noi”-“loro” e ci fa assistere alla mera successione dei gesti e dei fatti espressi da entrambe le fazioni, senza giudizi o prese di posizione. Sceglie, semplicemente, di illustrare le modalità del processo di decolonizzazione. In più, perfettamente in linea con lo stile neorealista, non fa uso del doppiaggio: Lascia che a raccontare siano i personaggi, e dice a proposito:

“A questa novità mi sembra che corrisponda anche una novità di linguaggio, uno sforzo sostitutivo fatto […] per rimediare all’assenza quasi totale dei protagonisti individuali coi quali il pubblico è abituato a identificarsi […]. Tentai la carta dell’autenticità, rifiutando ogni effetto cinematografico, cercando di dare allo spettatore la sensazione di essere presente, di vivere la storia di quel momento.”

Quello su cui Pontecorvo mette l’accento è l’identità dei personaggi, un’identità nazionale che giustifica le posizioni e le azioni dei francesi e degli algerini, i loro atteggiamenti e le loro pratiche. Ma non solo: data la rappresentazione corale è messa in luce quelle che sono le vere protagoniste: la resistenza e l’Algeria in un suo particolare momento storico.

L’FLN, quindi, ripulisce la Kasbah dalla malavita e mette in atto una serie di attentati ai danni dei militari francesi e nei posti pubblici. In risposta, i francesi circondano il quartiere con posti di blocco e si assumono il carico di smantellare il Fronte di Liberazione; si serviranno della tortura. Mentre l’ONU decide di non intervenire direttamente, Djafar (Yacef Saadi), uno dei leader rivoluzionari, si consegna.

In un discorso di rappresentazione della resistenza panaraba, la narrazione in stile neorealista (o documentaristico se preferiamo) amplia il contesto e sfuma i filtri della regia. Gran parte degli attori (eccetto il colonnello Mathieu,) non sono, realmente, attori di professione, anzi: molti di loro hanno preso parte direttamente a ciò per cui recitano, a più di quattro anni dall’indipendenza (concessa nel 1962, dopo ben due anni di negoziati con Charles De Gaulle).

Uno stile documentaristico che ha richiesto circa un anno di ricerche in loco e molto impegno per la sceneggiatura, per la quale Gillo Pontecorvo e Franco Solinas hanno consultato giornali dell’epoca, verbali della polizia e discorsi dei colonnelli francesi. Tutto per rappresentare fedelmente le dinamiche della lotta armata del Terzo Mondo.

Un film che fornisce una degna e fedele testimonianza della lotta anticolonialista, molto discusso nella stessa Francia in cui, tra l’altro, venne vietato fino al 1971, e che è stato, inoltre, oggetto di studio per le Black Panthers.

Gillo Pontecorvo identifica questa lotta contro il colonizzatore francese confrontandola con la lotta antifascista italiana del 1944-1945, ma stavolta il colonizzato non ricopre un ruolo subalterno. Anche se il discorso intellettuale di Pontecorvo è la legittimazione della lotta armata, questi non fa nulla per nascondere i danni che la guerra ha causato. Come accennato prima, infatti, le due identità diverse marcano un’esclusione e una distinzione – fittizie – che legittimano sia la resistenza algerina sia il mantenimento dello status quo dell’esercito francese. L’identità qui è anche alterità, due visioni differenti per quanto riguarda il discorso coloniale, il discorso (pan)nazionalista arabo e il discorso terzomondista, in un tentativo di comprendere le logiche sia dei colonizzati sia dei colonizzatori.

Spicca nella rappresentazione anche l’identità femminile nei movimenti di decolonizzazione: una donna ribelle, in prima linea per combattere il contingente francese e con un ruolo tutt’altro che marginale nella rivolta. Una celebrazione del sesso femminile che verrà strumentalizzato, poi, dai governi “laici” per una nuova idea di indipendenza (basti pensare alla Tunisia di Bourguiba).

Un capolavoro, quello di Gillo Pontecorvo, la cui grandezza sta nel tono epico e civile, nell’energia, nella vitalità e nell’intransigenza con cui si rimarcano i valori universali di giustizia, indipendenza e lotta contro l’oppressore.

Jessica Noli

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