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CineWriters – Il Sorpasso (1962)

Il sorpasso (1962) è un viaggio cinematografico e antropologico in bianco e nero che Dino Risi fa attraverso l’Italia del miracolo economico.

Parliamo di miracolo perché ci voleva fede, tanta fede, per superare la crisi e affidarsi allo sviluppo della produzione industriale e tecnologica nell’Italia del post-guerra; è vero, è un dato di fatto e non un dogma religioso, eppure affermare che si parli di una mera crescita economica potrebbe essere un errore. Furono coinvolti spirito, mente e fisico di tutti gli italiani, impauriti e affaticati dal cambiamento, promettente ma incerto.

Come nel periodo dei Ruggenti anni 20 negli Stati Uniti d’America, così il boom italiano degli anni 50 è basato sulla relazione che lo sviluppo economico ha d’intrattenere le masse. La nuova era del sogno italiano era cominciata e, con essa, la ricerca della felicità per un tricolore migliore in un mondo di nuove opportunità.

Ricoperto da questo spirito di grandi aspettative, il cinema gioca l’importante ruolo di intrattenitore e critico: uno sguardo acuto sulla realtà che fa paura e incuriosisce allo stesso tempo e che  riesce a far ridere e far pensare insieme. Non è un caso che Il sorpasso sia considerato una pietra miliare del genere italiano della commedia all’italiana.

Per definizione la commedia all’italiana è una commedia basata sulla satira sociale, caratterizzata dall’assenza del tradizionale lieto fine e spesso portatrice di sorriso amaro o dolce pianto. Lo spettatore della commedia all‘italiana è coinvolto in uno scontro tra titani: una battaglia infinita tra il tragico e il comico.

Il regista Dino Risi ha inoltre ammesso di aver utilizzato nella costruzione dei suoi personaggi il sentimento del contrario pirandelliano, spiegabile con un vecchio esempio: se una donna anziana ha un trucco appariscente, capelli molto tinti e abiti giovanili, chiunque la veda comincerà immediatamente a ridere perché rappresenta l’esatto contrario di una signora anziana e a modo; ma se si dovesse constatare che la donna si comporta e veste in quel modo ridicolo affinché suo marito, ora fidanzato con una donna più giovane, torni di nuovo ad amarla, ecco che la risata si trasforma in amarezza, pietà e tristezza.

In altre parole, in questo film, il passato travagliato di un personaggio folle o di un burlone sorridente ci regala una nuova prospettiva con cui osservare attentamente un personaggio. Infatti, il sentimento del contrario si aziona nella mente del pubblico una volta compreso che tipo di persona Bruno, uno dei protagonisti del film, sia. I suoi modi di essere e di comportarsi all’interno della società rappresentano lo sguardo critico di Risi sull’Italia del boom. Uno degli obiettivi del regista era infatti quello di trasformare la tragedia effettiva in uno spettacolo senza mai annoiare il pubblico.

Il sorpasso, quello reale, azione nevralgica della trama, coinvolge in una mossa azzardata la leggendaria Lancia Aurelia Spider di Bruno. Le due auto corrono parallele come in una competizione, riflettendo la stessa corsa dei due protagonisti tra le loro rispettive difficoltà; sembrerebbe quasi che uno dei due abbia il dovere morale di vincere. Eppure, sfortunatamente, nessuno dei due vedrà mai sventolare la bandiera a scacchi bianca e nera all’arrivo.

 

Il titolo stesso suggerisce un sorpasso frenetico, quello che osserviamo sullo schermo è compiuto sia in carreggiata che in vita.

La resa inglese in The Easy Life perde sicuramente il valore del suo significato nascosto ma, in compenso, sarà fonte di ispirazione per il regista Dennis Hopper nella mise-en-scène di Easy Rider, capolavoro del genere road movie.

La storia che Dino Risi ci vuole raccontare ha inizio in una torrida e afosa mattinata di Ferragosto a Roma. L’incontro tra i due protagonisti avviene in una città calda e apparentemente deserta. Bruno, interpretato da un gagliardo Vittorio Gassman, è un irriverente, dinamico e esperto uomo di 40 anni che muore dalla voglia di modellare a sua immagine e somiglianza un giovane studente di giurisprudenza, Roberto, interpretato da un timido ma attento Jean-Luis Trintignant, un ragazzo che sta vivendo i classici tormenti e le preoccupazioni di uno studente in carriera. I due intraprendono un viaggio più lungo del previsto, in cui si evince come l’allegro e spensierato Bruno viva alla giornata, esatta antitesi di Roberto, ansioso e impettito. Il perbenismo borghese di quest’ultimo lo porta ad uno scontro costante con la sua voce interiore, ascoltabile da noi spettatori: il suo alter-ego o, come adoro pensare, il suo grillo parlante.

 

È proprio la sua coscienza che prova ad evitare la cattiva strada, più volte proposta da Bruno. La sua estrema educazione e la sua timidezza sono in contrasto perenne, tanto da riuscire a pensare ‘Sono nelle mani di un pazzo’ durante la guida di Bruno, a cui però si rivolgerà dicendo ‘Guida bene lei’.

Il loro viaggio è un carosello che ruota vorticosamente. Non è un caso che Bruno sia un padre poco attento all’interno del film, perché sembra quasi che ricopra questo stesso ruolo anche nei confronti di Roberto: l’uomo che porta con sé un bambino su una giostra più grande di lui. E come in tutti i rapporti contrastanti tra padre e figlio, all’inizio anche Roberto ha paura ed è scettico; nel momento in cui sta iniziando a cogliere degli insegnamenti, a cambiare e a divertirsi davvero, è ormai troppo tardi.

La ricerca del sogno italiano e dell’incontrollabile libertà personale (che non dà abbastanza considerazione alla realtà che ci circonda) finirà per scontrarsi contro un mondo che non riesce a stare al passo con una nuova società, dinamica e intraprendente. Bruno, la nuova società, e Roberto, la controparte tradizionale e conservatrice, hanno preso la curva troppo velocemente, dimostrando che, insieme, non possono esistere. D’altro canto, l’incidente automobilistico alla fine del film puo’ essere descritto come la perfetta rappresentazione degli alti e dei bassi che ogni crescita sociale ed economico ha: sorge, muore e poi risorge in un’altra era. L’intricata relazione tra la personalità di Bruno e Roberto è sottolineata dalla grande quantità di strane vicissitudini che caratterizzano sia l’interno film sia loro in quanto persone vere, passo dopo passo, incontro dopo incontro nel tragitto.

Paesaggi familiari, hit italiane degli anni 50 e 60, jukebox, il ballo del twist, le sigarette e l’auto stessa, sono alcuni degli status symbol del boom, nuove diverse icone del capitalismo e, si potrebbe aggiungere, ricoprono il ruolo di personaggi secondari per una migliore e attenta visione del film. Il nodo principale della narrazione è rappresentato dall’automobile, vera e propria forza motrice dell’intera storia, ma persino le persone che ballano il twist alla burina alla festa di campagna, sono parte rilevante della narrazione. Guardare attentamente Il sorpasso infatti, significa raccogliere abbastanza indizi lasciati dal killer-regista e metterli insieme in modo da risolvere il caso enigmatico dell’intera trama,senza tralasciare parole chiave, immagini e concetti. Dall’inizio del film viene dichiarato che qualcosa di brutto sta per accadere grazie all’aiuto di diversi segni premonitori, come l’entrata casuale al cimitero per seguire le due turiste tedesche, o come l’affermazione di Roberto della presenza di tombe etrusche. Tra tutti questi segni, uno spicca per il suo legame che ha con la scena finale del film: si tratta dell’incidente di un camion pieno di frigoriferi in cui ci casca il morto, coperto da un lenzuolo bianco. Invece di essere compassionevole, Bruno prova a trarre profitto dall’accaduto, dichiarando di voler ‘comprare l’incidente’ per rivendere la merce ormai guasta.

La conversione di Roberto finisce proprio nel momento in cui sta vivendo la sua vita spensieratamente e spericolatamente, a 360 gradi. A questo punto, la leggendaria Lancia Aurelia corre per la sua ultima volta, scaraventandosi giù da un precipizio e portando Roberto con sé. E con Roberto muoiono (o almeno saranno destinati a morire) tutti i vecchi valori portati nella nuova era, come tutte le cose di troppo.

Bruno è lontano dall’essere una star, anche se il pubblico lo apprezza e ci si identifica. L’irrefrenabile pilota della Lancia Aurelia Sport è l’eroe vittima della nuova società: un sognatore sconfitto, un uomo debole che si comporta come se fosse forte.

Un ciarlatano e uno scalatore sociale come lui sopravvive e guarda imperterrito le vittime del suo tempo senza fare niente. Porta una maschera e un’identità diversa scena dopo scena perché, pur immerso nei guai, pretende di vivere una vita senza pensieri.  

Dino Risi è un voyeur che guarda alla realtà attraverso l’obiettivo della sua cinepresa. La sua commedia è cinica, come anche lui adora ammettere. Il cinismo è il suo tocco personale nell’Italia del boom raccontata, riflesso in tagli, close-up e long-take che parlano da soli. Il tutto reso più vivace da una intramontabile hit parade che ha ancora la capacità di attirare chiunque la ascolti sulla pista da ballo.

Il sogno italiano perde la sua magia con l’avvento di una nuova società capitalistica, che non è in grado di vedere la realtà così com’è, perché incollata allo schermo di una televisione. Eppure, registi come Dino Risi e attori come Vittorio Gassman, sono il chiaro esempio di un racconto malinconico e critico può essere divertente e incisivo. E, soprattutto, immortale, come questo film.

 

Miriam Russo

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