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La dolce vita… o amara vita?

Simbolo del cinema italiano neorealista, La Dolce Vita di Federico Fellini (1960) ha raccontato la vita mondana, la vita ‘plebea’ e il disfacimento dell’aristocrazia romana attraverso un excursus dei luoghi più affascinanti della capitale. Prima, tra tutte, la Fontana di Trevi, in cui la bellissima attrice Sylvia (Anita Ekberg) danza, seguita dal suo paparazzo (termine coniato proprio grazie al film) Marcello Rubini, interpretato da Marcello Mastroianni. Piazza del Popolo, San Pietro, Cinecittà e via Veneto sono gli altri spazi in cui si articolano le vicende dei personaggi: un omaggio alla bellezza della Città Eterna.

Nella capitale, Fellini è il narratore onnisciente che fa uso sapiente di luoghi e personaggi per mostrarci ciò che lui vuole che vediamo.

Si affida a Emma (Yvonne Furneaux), a una prostituta di periferia, allo stesso Marcello nonché a suo padre e, infine, all’emblematico intellettuale Enrico Steiner (Alain Cuny), che meglio comunica lo sgretolamento della società (lo si potrebbe considerare l’incarnazione di Fellini).

Il film si sofferma maggiormente sull’evoluzione del personaggio del protagonista, donnaiolo incallito e giornalista scandalistico, sempre alla ricerca di scoop da dare in pasto alla curiosità dei lettori. Scopriamo, poi, che questa vita leggera e spensierata non è una vita soddisfacente. Marcello, in realtà, vuol fare il romanziere, vuol scrivere ‘di qualità’, ma pare non riesca completamente a disfarsi delle abitudini o, inettamente, non voglia trovare nuovi stimoli. Il mestiere del paparazzo non è troppo impegnativo, anzi offre molteplici occasioni di conoscenza, ma di tutto, e anche di questo, ci si stanca.

Poi abbiamo Emma, la fidanzata di Marcello, potenziale suicida, depressa e gelosa perché continuamente tradita. E’ lei che da principio ci dà l’indizio che poi sarà l’essenza della pellicola: nonostante denaro e fama, la vita borghese non è esente dalle debolezze umane. Nonostante la penny press li dipinga come dei scesi in terra, i divi dello spettacolo mostrano di poter cedere alla tristezza e piangere, così come fanno le persone umili e comuni. E questo, a mio avviso, è un forte messaggio di uguaglianza che Fellini ha voluto lanciare a denuncia delle disparità sociali. Non a caso, usa i personaggi della prostituta,  della semplice ragazza che vuol fare la dattilografa, e le superstizioni dei popolani che credono nell’apparizione della Madonna.

L’antitesi viene costruita su due direttrici: una, la Roma superficiale rappresentata da nobiltà e paparazzi invadenti e lavoratori comuni (notare come i ricchi appaiano sempre in festa mentre i poveri siano intenti a lavorare). L’altra, spacca l’idea alto borghese di apparente felicità rivelandoci una vita di sfarzi che può anche non essere una vita soddisfacente e che anche i ricchi, spesso e volentieri, vorrebbero essere un po’ ‘normali’, senza costantemente l’obiettivo di una stampa ‘urlata’ tra i piedi o, nella parte posteriore dell’auto.

Anche le celebrità vorrebbero poter lasciar da parte le convenzioni sociali e danzare, come Sylvia, nella Fontana, nella pace di una mattina deserta.

Altro elemento che ci rende partecipi di questa antitesi è la musica. Blues, jazz e swing (di Nino Ruota) si frappongono all’esperimento musicale de La Fuga di Bach, magistralmente riprodotta da Steiner: due melodie dalla semantica opposta.

Nonostante sia vincitore di un Oscar (migliori costumi), di una Palma d’Oro al regista, al Festival di Cannes, di un David di Donatello sempre per la regia, di ben tre Nastri d’Argento (migliori attore protagonista, soggetto originale e scenografia, rispettivamente a Marcello Mastroianni, Pietro Gherardi, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini) e al New York Film Critics Circle Award come miglior film in lingua straniera, La Dolce Vita non è stata risparmiata dalla (feroce) critica. Alla Prima di Milano fu fischiata, aspramente disapprovata dall’Osservatore Romano e dalla Democrazia Cristiana, nonché definita ‘comunista’ o ‘bolscevica’ per le critiche mosse verso l’aristocrazia e la borghesia. Insomma, se La Grande Bellezza di Sorrentino nel 2013 ha avuto un apprezzamento maggiore perché un pubblico maturo e un terreno culturale completamente differente, lo stesso non si poté dire per La Dolce Vita del 1960 , nel pieno della Guerra Fredda.

Jessica Noli