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LOST: tutto ciò che ci resta sono i legami che creiamo

Lost è una serie televisiva statunitense creata da J.J. Abrams, acclamata fin dal Pilot e divenuta in poco tempo un vero e proprio cult in grado di sconvolgere e influenzare la cultura pop, tanto da essere inserita da molti tra le serie tv meglio scritte negli ultimi anni. A distanza di dieci anni dalla messa in onda dell’ultimo episodio, non posso fare a meno non solo di pensarci ancora, ma anche di chiedermi: qual’era la sua formula segreta? Quale dettaglio celato in Lost è servito a renderci non solo dei grandi appassionati ma anche a smuovere e portare alla luce per la maggior parte di noi diversi sentimenti, a renderci quasi dipendenti da questo contorto, ma affascinante prodotto?

Forse la mia domanda trova semplicemente risposta in una delle più banali verità: la familiarità che purtroppo abbiamo con il termine “perdita”. Sì, perché se solo ci fermassimo a riflettere, converremmo che tutti noi non facciamo altro che perdere continuamente: il filo del discorso, le chiavi, la testa, parole, la strada di casa, persone… Ma adesso vi spiego meglio cosa intendo.

Viaggio dentro la metafora

Parlare della trama di Lost è difficile non solo per la questione dei “No Spoilers“, ma anche perché il fatto che i protagonisti di questa serie si siano letteralmente persi su un’isola deserta è davvero l’ultima delle peculiarità che ha reso degno di nota questo show. La bellezza di questa serie sta nel fatto che ci riporta alla mente tutta quella filosofia che trovavamo noiosa al liceo, ma che di colpo ora ci pare così interessante da farci scattare dalla sedia; Lost infatti, ci fa viaggiare dentro la metafora a bordo di una moltitudine di intrecci, cliffhanger e flashback: ci mostra come si sceglie tra vivere o morire, o forse, come non si sceglie affatto, poichè è già tutto scritto.

Fede e Scienza, Destino e Libero Arbitrio

Una delle prime cose da capire di Lost è che, nonostante sembri apparentemente lasciato al caso, tutto è invece frutto di uno studio che guarda ai minuziosi dettagli. Sull’isola deserta, i naufraghi cercano continuamente uno scopo, un significato a quello che gli è successo, prendono decisioni, fanno delle scelte. Esatto, fanno proprio quello che ogni essere umano fa ogni giorno della sua vita senza bisogno di essersi disperso, eppure è proprio lì la filosofia. Il punto è che ogni uomo sceglie secondo quello che è il proprio credo, credo che in Lost possiamo sintetizzare nei sistemi valoriali di tre dei protagonisti: John Locke, Jack Shepard e Sawyer.

Locke rappresenta l’uomo di fede, quello che è convinto di essere capitato sull’isola per una ragione precisa, e che per questo non desidera abbandonarla. Si affida completamente al Destino e al suo volere, è in pace con sé stesso e sa che alla fine, in un modo o nell’altro, tutto avrà un senso.

Shepard invece, è un uomo di scienza, convinto che ogni singola azione della comunità possa fare la differenza perché nulla è già scritto. Jack crede nella forza dell’insieme e considera le parole di Locke le farneticazioni di un folle.

Infine c’è Sawyer, che può essere visto come “l’uomo che vive per sé“; per lui non esiste alcun disegno superiore, nulla conta se non la propria sopravvivenza. La vita per lui è solo un campo di battaglia dove bisogna essere pronti a sacrificare tutto, dove non esiste un “noi” ma solo “Io”.

E allora eccolo qui svelato il potere di questa serie: Lost parla di noi, nel bene e nel male, ecco perché ci destabilizza, perché ci mette a nudo. Per sei stagioni siamo lì a interrogarci su quanta influenza abbiamo sulla nostra stessa vita senza trovare una chiara risposta. Ma tranquilli perché J.J. Abrams ci fa un dono ben più importante, regalandoci la sola filosofia che ci unisce: ci mostra che in verità non occorre soffermarsi su quale credo siano dettate le nostre scelte, ciò che conta veramente sono le relazioni che stringiamo durante il nostro viaggio, l’unica costante che sopravvive all’isola, all’ignoto, alla vita stessa.

Diletta La Marca