Non è un paese per musical: Dancer In the Dark di Lars von Trier

“Consigliami un film triste”. A chi non è capitato di ricevere questa domanda? Chi vi scrive non ha mai avuto dubbi nel rispondere: “Per quanto detesti Lars von Trier, Dancer In the Dark è bellissimo e devastante” (QUI il trailer).

Chi subisce un dramma suscita sempre negli altri una certa empatia. Da questo punto di vista la finzione filmica (e artistica in generale) è un mezzo tutto sommato innocuo per assumere a piccole dosi, come per un vaccino, il dolore. È per questo motivo che amiamo le tragedie, perché ci consumano dentro e ci permettono di lenire i nostri drammi reali. Da questo punto di vista, Dancer In the Dark è una spirale di ingiustizia perfetta, pronta a lasciarvi senza neanche una lacrima da piangere. Tutto questo malgrado il suo regista Lars von Trier, dal mestiere ineccepibile, sia un personaggio quantomeno controverso.

Stucchevole nella sua continua rincorsa alla provocazione filmica, sgradevole nella conferenza stampa di Melancholia a Cannes, inquietante rispetto alle dichiarazioni della protagonista Björk sulla lavorazione proprio di questo film . Malgrado questa oscura paternità, Dancer In the Dark non ne viene intaccato: premiato con Palma d’oro e Prix d’interprétation féminine proprio a Cannes, è un film da vedere e su cui struggersi.

“Sapevo che anche lui avrebbe avuto lo stesso male, ma l’ho voluto lo stesso”

Siamo negli anni Settanta della più profonda provincia americana, Selma è un’immigrata cecoslovacca che si guadagna da vivere lavorando in una fabbrica. Si spacca la schiena ogni giorno per accantonare una cifra sufficiente a realizzare il suo sogno: far sì che il figlio non perda la vista. Selma soffre infatti di una rara patologia ereditaria che sta per renderla cieca, e solo un’operazione riuscirà a sottrarre il figlio dallo stesso destino. Ecco che quindi dedica ogni suo sforzo a risparmiare quanto occorre per l’intervento, castrando ogni altra velleità.

Con un’eccezione: Selma adora il musical. Sta preparando un ruolo da protagonista nella compagnia locale e spesso e volentieri, quando la realtà si fa troppo pesante, si rifugia in una dimensione interiore fatta di danza e canto. Da queste premesse intrise di speranza prende le mosse però una vicenda nera, nerissima, che vedrà Selma diventare una vittima incompresa e senza possibilità di salvezza. La nostra protagonista è interpretata intensamente dalla cantante e artista visuale Björk, ma nel cast si contano attori di peso come Catherine Deneuve, David Morse o Peter Stormare, nonché cameo di Udo Kier e Stellan Skarsgård.

“Non mi piace quando cantano l’ultima canzone nei film”

Tecnicamente la pellicola ha una sua fortissima e ineccepibile caratterizzazione espressiva, basata su una sottrazione formale complessiva che viene però meno in alcuni precisi momenti. Il film infatti rispetta solo parte dei precetti che von Trier aveva qualche anno prima raccolto nel manifesto del movimento Dogma 95. L’elemento che salta di più all’occhio è quello della telecamera: come Dogma 95 richiede, il film è girato prevalentemente a mano e senza luci oltre a quella naturale, ma questa regola salta completamente nelle scene musicali. Durante le fughe dal mondo di Selma il numero di telecamere usate sale vertiginosamente (da una fino a più di cento contemporaneamente nella famosa sequenza del treno), e lo stesso montaggio si fa vulcanico.

Pubblicata nell’album Selmasongs, la colonna sonora della talentuosissima Björk è ricca e ispirata, se mai fosse stato da specificare. Agli strumenti tradizionali vengono mescolati i suoni della realtà (macchine da lavoro, treni) cosicchè il ruolo delle canzoni nel film aderisca come un guanto a ciò che viene rappresentato. Il punto massimo di questo connubio è sicuramente la cinica e struggente I’ve Seen It All, in duetto con Stormare sullo schermo, con Thom Yorke su disco.

“Nei musical non appare mai niente di terribile”

Dancer In the Dark (il nome è un chiaro riferimento al brano Dancing In the Dark di Fred Astaire) è stato da molti definito un anti-musical. Il personaggio di Selma prova a trasferire i canoni di Broadway nella sua vita, riuscendo solo a fuggire da essa per pochi istanti. Il punto è che il musical è il genere più frivolo di tutti: regge le sue premesse su un patto tacito con lo spettatore, per il quale non ci si deve fare troppe domande rispetto a ciò che avviene sullo schermo. È su questa base che l’incredulità viene sospesa, e la storia goduta. Lars von Trier gioca spietatamente su questo assunto e declassa il musical a mera illusione.

Il punto è che il musical, in questo film, è sinonimo di volontà e speranza. La sua inconsistenza, perciò, ammette una cosa sola: la realtà è cruda, cattiva, e il mondo è il luogo in cui si viene messi alle strette e corrotti. Selma, che vive di una bontà che le permette di essere integerrima e determinata, è travolta dalla sua stessa fantasia, punita dalle regole dell’esistenza. La vita non è posto per cuori puri, sperare è una fregatura, il lieto fine è solo nei musical: il nichilismo di von Trier è assoluto.
Probabilmente lo rifiuterete, perché davvero troppo intenso e senza compromessi, e allora tornerete alla vostra vita: con molti pacchetti di fazzoletti in meno, ma con un barlume di speranza in più. Perché, alla fine, è solo un film.

Nicola Carmignani