Il mare al centro di un racconto sperimentale di violenza e amore
Il Teatro Kursaal Santalucia è un edificio in stile tardo Liberty che si affaccia sul mare; durante il Bif&st 2025, ospita le proiezioni del concorso internazionale “Meridiana”, cui partecipano film provenienti dall’area mediterranea che ne rappresentano la realtà geografica e una fetta della sua stratificata identità culturale.
Un teatro – o meglio una sala di cura: questa la traduzione letterale del termine tedesco – affacciato su un Mare che proietta film su quel mare stesso.
All’interno di questa sezione, abbiamo assistito ad Afrodite di Stefano Lorenzi, ispirato ad alcuni fatti realmente accaduti.
La trama
Sicilia, anni Novanta. Ludovica (Ambra Angiolini) è una esperta subacquea da poco vedova che, per pagare i debiti contratti dal marito con la mafia, è costretta ad aiutare Rocco, un violento scagnozzo mafioso (Gaetano Bruno), a recuperare del TNT da una nave, la Afrodite, affondata durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ad affiancare Ludovica nelle operazioni di ricerca e recupero c’è Sabrina (Giulia Michelini), compagna di Rocco e sub alle prime armi, inizialmente ostile verso Ludovica e poi pian piano a lei sempre più vicina…
Parte così un film scarno, che prende gradualmente velocità, fatto di un triangolo inaspettato e di immersioni nel blu infinito dove tutto è possibile.
Il Mare al centro
Ed è proprio il mare l’elemento più interessante del film, per varie ragioni. È centrale per un motivo innanzitutto tecnico: ben 35 minuti di film sono stati girati in acqua, come ha affermato il regista al termine della proiezione.
Ancora, il mare è portatore di una dimensione storica: nei suoi fondali giacciono centinaia, se non migliaia, di relitti di varie epoche e davvero negli anni Novanta la mafia ne scovò uno contenente del materiale esplosivo che poi fu recuperato e usato in alcuni attentati dell’epoca.
E, soprattutto, il profondo del mare rappresenta la dimensione inconscia ed emotiva, libera dalle convenzioni sociali vigenti in superficie: è sott’acqua che nascono i sentimenti, è sott’acqua che la narrazione, fatta per lo più di silenzi, ha le sue svolte.
Nella libertà garantita dal mare, trova infine compimento questa storia di unione e amore femminile che rovescia l’elemento maschile-maschilista violento e prevaricatore.
Un’opera sperimentale
Afrodite è, dunque, un film estremamente simbolico, ma forse proprio questo è potenzialmente un rischio per la credibilità e la fluidità del racconto, che potrebbe risultare eccessivamente artificioso. D’altra parte, però, inquadrando l’intento e gli aspetti sperimentali dell’opera, se ne può sicuramente apprezzare di più il risultato complessivo.
Emanuela Macci