Inizia il giorno del “Sandwich”
Ha inizio un’enorme giornata per me. Anzi, più che una giornata, è un sandwich: farcito con due conferenze stampa schiacciate tra due proiezioni, come fette di pane tostato. Va bene, sarò più pragmatico: oggi è il giorno di Blue Moon e The Thing with Feathers. Due grandi registi, due grandi protagonisti, due grandi storie… per me, pochissimo tempo per mangiare e per dormire, ma per il cinema questo e altro. La mattina è di Blue Moon. Ho beccato una proiezione al Berlinale Palast che è riservata ai giornalisti, dunque meno caos, meno fan infogati alla ricerca di Star. La verità è che anche i giornalisti sanno essere fastidiosissimi, infantili, criticoni… ma è del Berlinale Palast che ormai sono innamorato; della sua sala enorme, riempita dalla forma di un suono e una qualità grafica incredibili. Sarà che sono cresciuto con un solo piccolo cinema nel raggio di 20km, ma a me fanno sempre un certo effetto le sale cinema maestosamente prestanti.
Blue Moon, you saw me standing alone…
Comunque, fin dal primo istante Blue Moon lancia un ghiottissimo amo al pubblico e io abbocco senza pensarci due volte. Una semplice regia di Richard Linklater basta per lasciare a Ethan Hawke lo spazio di costruire la sua incredibile prestazione, che ho reputato istantaneamente degna di Premio Oscar. La storia tratta di Lorenz Hart, un paroliere che arriverete senz’altro ad amare o persino venerare (soprattutto se siete innamorati quanto me delle Parole). Attorno a lui Andrew Scott, Margaret Qualley, Bobby Cannavale, ma vi basti sapere che se li ho citati dopo è perché Ethan Hawke si mangia la scena. Il film vanta una sola location, sono dunque le parole a portarci lontano quando serve o ad ancorarci saldamente alla poltrona, con gli occhi incollati allo schermo.
Ethan, tocca ferro!
Finisce il film, defluisco con il resto della mandria e trovo giusto il tempo di prendere il telefono e scrivere a mio padre “Ethan Hawke Premio Oscar assicurato”. Ripensandoci spero proprio di non portare sfiga all’attore. Più tardi ci ho ragionato e bisognerà capire se il film può avere realmente appetibilità per gli Oscar, ma coi premi dell’Academy che perdono sempre più credibilità, quel che conta è il guadagno che il Cinema ne può trarre. E infatti il primo “premio” viene dato dai giornalisti, che tra una domanda e l’altra si complimentano sempre con Hawke per la sua interpretazione. In conferenza Margaret Qualley porta il suo cagnolino ed Andrew Scott solo una magliettina a maniche corte (io avevo almeno tre strati di roba, vabbè).
Sentire sviscerare un film che non si ha ancora visto
Poco dopo, ha inizio l’altra conferenza. Questa volta mi sono organizzato bene e prendo uno dei posti migliori della sala. Arrivano Dylan Southern e Benedict Cumberbatch per parlare del loro The Thing with Feathers. Lo vedrò soltanto più tardi, ma le tante domande e l’apprezzamento dei giornalisti promettono bene. Intanto, regista e attore provano a sviscerare i temi della vicenda. Un film che parla di dolore (Grief, dal titolo originale Grief is the Thing with Feathers), che sa giocare con lo spettatore nel portarlo verso una direzione ben diversa da quella inizialmente predisposta. Devo ammettere che per me è molto strano sentire parlare così nel profondo e nello specifico di un’opera che ancora non ho visto, ma con ogni parola viene alzata l’asticella delle mie aspettative.
All’Uber
Nella sera gelata mi presento all’Uber Eats Music Hall, che credo sia l’unica venue con delle Star a presentare l’opera in sala, escluso il centrale Berlinale Palast. Nell’edificio quadrato inizia un’esperienza che non mi aspettavo. Il film sa portarmi distante dai binari e farmi tastare realmente il dolore del protagonista. Cercherò di non fare spoiler, ma sarà proprio il Corvo a rappresentare la chiave. Nell’oscurità di una mente (e una casa) devastata, Benedict Cumberbatch è un “middle aged white man” che deve fare i conti con la perdita della moglie. Il vedovo deve prendersi cura dei propri figli, scontrandosi anche con la loro spigolosità data dal dolore (mascherato) che provano. Finché il Corvo non entra nella loro vita; ci fa sedere su una montagna russa e procede a farci toccare terra e cielo, soffitto e pavimento. Con un grande applauso, gli spettatori lasciano la sala tornando ognuno al proprio dolore.
Samuele Muresu
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