Good Boy: l’horror che sta conquistando i festival

Roma, Auditorium della Conciliazione. Mercoledì sera, in concomitanza con l’inaugurazione della ventesima Festa del Cinema di Roma, si è aperta anche, al di là del Tevere, la XXIII edizione di Alice nella Città, sezione parallela del Festival dedicata ai ragazzi e ai giovani, agli esordienti e ai talenti emergenti, che da questa edizione ha acquisito più autonomia e propone un programma ricco di appuntamenti, tra eventi e proiezioni.

Il film d’apertura: Good boy, un horror dallo sguardo inedito

Il film d’apertura di Alice Nella Città è stato Good Boy, del regista statunitense Ben Leonberg al suo esordio. 

Come hanno dichiarato i direttori artistici del festival Gianluca Giannelli e Fabia Bettini, Good Boy è stato scelto per via dello sguardo inedito che presenta. 

La trama è semplice e aderente al genere horror: un uomo decide di trasferirsi, in compagnia del proprio cane, nella vecchia casa di campagna del nonno, abitata da presenze soprannaturali.

Una storia così lineare è, però, raccontata con un taglio sui generis: il punto di vista è infatti quello di Indy, il cane, protagonista assoluto di questo piccolo gioiellino di cinema indipendente che sta conquistando i festival di tutto il mondo (e non solo, dato che il trailer è andato virale on-line).

Un progetto tanto rischioso quanto vincente

Cominciamo col dire che Leonberg firma un progetto che era tanto rischioso quanto poi è risultato vincente. Non era facile realizzare un horror adottando la prospettiva di un cane, ma Good boy convince: incalza, tiene alta l’attenzione e fa saltare sulla poltrona come ci si aspetta da un buon prodotto.

Non che il cane sia stato maltrattato o particolarmente intimorito durante la realizzazione, non vi preoccupate, amici cinefili e anche cinofili. Indy è infatti il cane del regista e della produttrice Kari Fischer (i due sono una coppia nella vita), la quale ha affermato che sul set, in cui erano presenti solo loro, il clima era familiare e tranquillo per lui. Lo spavento e la tensione sono stati costruiti in post-produzione, in sede di montaggio video e audio, come da prassi. 

Più che un horror, una «lettera d’amore» a un essere speciale

Quindi, quasi paradossalmente, Leonberg e Fischer hanno dischiarato che Good boy, più che un horror, è una «lettera d’amore ai cani e al nostro cane, in particolare».

L’ispirazione deriva proprio dall’osservazione dei nostri amici a quattro zampe: che cosa vedono quando, ogni tanto, si bloccano e fissano un punto a caso, apparentemente senza motivo? Perché a volte, nel buio della notte, abbaiano senza ragione? Che cosa sentono che noi invece non riusciamo a percepire? 

Seguendo questo filo, Good Boy, quindi, non è solo un inno al rapporto speciale che c’è tra un cane e il suo padrone, un elogio al carattere fedele di quello che è da sempre considerato “il migliore amico dell’uomo” e che forse lo è oggi più che mai, nel nostro presente atomizzato e solitario; questa pellicola celebra anche la specifica natura dell’animale, dotato di una percezione e di una sensibilità diverse dalla nostra, per certi versi molto più acute e fini rispetto a quelle umane.

Uno sguardo innocente

In un tempo in cui gli esseri umani sono alienati, connessi sulla Rete ma scollegati tra di noi, e in cui i leader e i rappresentanti politici sembrano crogiolarsi nella sofferenza che provocano a coloro della cui sicurezza dovrebbero farsi garanti, questo film sembra quasi suggerire che lo sguardo puro e innocente di una creatura più sensibile esiste ancora: risulta più facile del previsto empatizzarci e forse da essa potremmo anche imparare qualcosa. 

Un film antispecista? Forse è troppo azzardato dirlo. Ma una cosa è certa: Good Boy fa centro e ne sentiremo parlare ancora a lungo.

Emanuela Macci