Nella testa di “M” senza stare dalla sua parte

Il primo film che reca il titolo M  risale al 1931, fu diretto dal tedesco Fritz Lang ed è considerato uno dei capisaldi del noir; questa lettera indicava Mörder, ‘assassino’: nello specifico, il famigerato serial killer che si era macchiato degli orrendi omicidi  di alcune bambine.

Esce ora su Sky una serie che ha come titolo la medesima lettera: stavolta, però, l’iniziale fa riferimento al cognome di Benito Mussolini. 

La corrispondenza, molto probabilmente, è casuale (la serie tv, infatti, si ispira all’omonimo libro del 2018 di Antonio Scurati), ma fa sorridere: il protagonista è, anche in questo caso, un uomo spietato che si è reso responsabile di crimini atroci.

Questo era Benito Mussolini e la serie tv diretta da Joe Wright, con protagonista Luca Marinelli, lo mostra benissimo.

Il rischio di parlarne

La miniserie è composta da otto episodi, in onda ogni venerdì sera su Sky Atlantic dal 10 al 31 gennaio, e racconta l’ascesa al potere di Benito Mussolini, dalla fondazione dei Fasci di combattimento nel 1919 fino alla definitiva instaurazione della dittatura.

Diciamoci la verità, quando si parla di lui non è mai facile. Farne una serie tv, addirittura, andava incontro al rischio, difficile da arginare, di creare un prodotto audiovisivo che potesse risultare, anche solo involontariamente, in qualche modo apologetico, se non vagamente celebrativo: è il mezzo filmico stesso che permette di creare un legame empatico con il protagonista, sia esso un personaggio positivo o moralmente abietto. 

Un espediente efficace: la rottura della quarta parete 

Eppure il regista aggira questo pericolo con un espediente efficace: ogni volta che il giovane Mussolini compie un’azione ambigua o apparentemente innocua che porterebbe chi guarda ad attenuare il suo giudizio, il personaggio si rivolge direttamente allo spettatore e rivela – con una battuta caustica o anche solo con un’occhiata – la natura violenta e corrotta delle sue vere intenzioni.

La rottura della quarta parete, quindi, ripristina la distanza e ci consegna un personaggio cinico, opportunista, traditore e talvolta grottesco nelle sue bugie e manipolazioni; lo spettatore entra così nella testa di Mussolini, nelle sue ragioni marce e nella sua insaziabile fame di potere, senza però essere mai portato dalla sua parte.

In questo senso, la serie tv riesce in una sfida complicata: raccontare Mussolini conservando e veicolando uno spirito antifascista

Una serie vorticosa

Il montaggio serrato e convulso, il sottofondo sonoro martellante e la fotografia cupa rendono M – il figlio del secolo una miniserie televisiva vorticosa e in grado di calamitare il pubblico; la regia di Joe Wright non rinuncia a mostrare i lati più violenti e bestiali dei fascisti e del loro capo, in una spirale che costringe lo spettatore a guardare le brutalità di cui è capace l’uomo. 

Il cast

Il cast brilla: Luca Marinelli, eccezionale, si presta anima e corpo a dare un’oscura tridimensionalità a Mussolini; e poi gli altri, dal collaboratore Cesare Rossi (Francesco Russo) al crudele Italo Balbo (Lorenzo Zurzolo), dalla moglie Rachele (Benedetta Cimatti) alla scaltra amante Margherita Sarfatti (Barbara Chichiarelli), senza trascurare gli interpreti di Giacomo Matteotti (Gaetano Bruno) e di Vittorio Emanuele III (Vincenzo Nemolato), forse quello che più di tutti avrebbe potuto evitare la deriva dittatoriale e che invece ha scelto una colpevole e tragica indifferenza. 

Perché guardare M 

M – il figlio del secolo ci aiuta, in buona sostanza, a conoscere e comprendere la Storia, la nostra Storia, e soprattutto ci ricorda che assecondare le pulsioni aggressive e corrotte che, soprattutto nei tempi di crisi, attecchiscono negli uomini – nei capi e nelle masse – non è di per sé inevitabile, bensì è sempre frutto di scelte dettate dall’indifferenza e da biechi interessi egoistici.

Emanuela Macci