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“Lovely game of death (tra katana e pop-corn)”

Quando le riviste di cinema del 2002 annunciarono l’inizio delle riprese di un nuovo lavoro di Tarantino, la notizia fu accolta non senza un certo clamore ed entusiasmo. E lo credo bene: l’ex commesso di Knoxville ci aveva lasciato ben cinque anni prima con un nostalgico ma non dirompente Jackie Brown; il millennio era appena iniziato e in tanti speravano ci dicesse di nuovo la sua, a colpi di cinema. La strage dell’ 11 Settembre è stata per il mondo uno straniante spettacolo di morte, brutale, diretto; i codici dei media di massa vennero utilizzati dal terrorismo internazionale riscrivendo la finzione sulla realtà. Il cinema, in primis quello made in USA, dovette con attenzione esorcizzare le nostre paure, ignote, come i volti nascosti dietro il feticcio mainstream di Al-Qa’ida; diverse voci tentarono di dare le loro risposte: Moore, Inarritu, Gitai, Loach e Sean Penn, solo  per citarne alcuni. 
Nel 2003 anche Quentin Tarantino lancia il sasso e non nasconde la mano, con un titolo ad impatto, Kill Bill.

La vengeance-story firmata Tarantino

Si tratta di una vengeance-story dal retrogusto pulp old-style: una donna senza nome (Uma Thurman) è alla caccia di tutti coloro che trasformarono il giorno delle sue nozze in un massacro, nonostante la disperata richiesta di risparmiare la vita che portava in grembo. La mano omicida ha un nome, un’ ossessione: Bill, che sembra abbia occupato un posto importante nel cuore (e non solo) della protagonista. Un nome, che ironicamente richiama proprio un debito (“Bill” può essere tradotto come “debito”, ndr) , che sia La Sposa che l’uomo (scopriremo poi interpretato da David Carradine) dovranno saldare.

Concepito come un unicum, Kill Bill venne distribuito in due parti (o Volumi, sulla scia del trend lanciato in quegli anni), dalla consistente mole narrativa che non fiacca l’interesse e il coinvolgimento. Pellicola intrisa di citazioni e omaggi al cinema di genere che trovano cittadinanza piena nelle scenografie, nei costumi e nei dialoghi/monologhi. Il ritmo narrativo bilancia presente e passato intradiegetico con il gioco dei rimandi che il cinefilo più smaliziato vi può riconoscere – anche la soundtrack ne costituisce un gustoso tassello. Un privilegio pulp per chi vorrà (ri)accompagnare La Sposa nel suo peregrinare, in cui troviamo un cast stellare: Lucy Liu, Daryl Hannah, Michael Madsen, Samuel L. Jackson (in un cameo nel Volume 2).

Un’epica (e violenta) metafora di un amore finito

Tarantino ci regala una storia avvincente, ma soprattutto un’epica e violenta metafora dell’amore, di un amore finito o, meglio ancora, dell’ elaborazione del lutto che dovrebbe seguirne. Diversi i riferimenti ad una dimensione duale spezzata, un ossimoro potente in una dolorosa ricerca di sintesi; un titolo che esprime morte ossessionata di amore; una vicenda divisa in due parti, omaggio all’oriente pop la prima (sembra di assistere ad un anime battle-shonen o ad un videogame di lotta sequenziale a stage) quanto più vicina al nostro sentire occidentale la seconda (Sergio Leone su tutti); La Sposa e Bill, donna e uomo, complementari per definizione, opposti e diversi, uniti qui da una gravidanza in lei (il futuro) interrotta da lui (legato al passato).Kill Bill è dunque un must, tarantiniani o no: si inserisce coerentemente nella poetica del regista e nel suo deca-ciclo ancora in fieri, godibile per chi dal cinema cerca qualcosa che lasci il segno. Magari proprio quello di una katana leggendaria.     
 Passo e chiudo.

Guglielmo Ercole De Simone