No Other Choice: C’è ancora un’altra scelta per sopravvivere in questa società?

L’angosciante calderone di ansie

I grandi artisti hanno l’abilità di leggere il proprio tempo, carpire la sfiducia di chi lo abita, acciuffare i temi di comune interesse spesso vergognosamente taciuti nel proprio quotidiano e riversati dentro l’angosciante calderone di ansie. 

Col cambiare dei tempi, continuiamo forse a illuderci che ci sia un paradiso di stabilità che saremo in grado di raggiungere prima o poi; o ancora, che ci sarà un Deus Ex Machina a squarciare il cielo emanando la salvifica luce di chi è arrivato per risolvere ogni problema e regalare un dolce epilogo al nostro triste arrancare.

La verità è che la vita sembra provarci costantemente che non è sempre così.

Chi saremmo senza il nostro lavoro?

Basta guardare alle proprie vite per vedere quanto esse discordino dagli immaginari costruiti nelle menti non sviluppate della nostra infanzia. Il lobo prefrontale, direbbero alcuni, come se le nostre limitazioni fossero corporali e non materiali. Quando quello che contava era sognare, lanciando il proprio desiderio come la monetina che sprofonda nella fontana, prima che sugli appezzamenti del nostro futuro ci costruissero ecomostri chiamati “Gli Ostacoli della Società”.

Questa lunga apertura nasce dalla necessità di celebrare la sintesi realizzativa del genio di Park Chan-wook, che con l’ultimissimo No Other Choice vuole dispiegare in noi spettatori un dubbio che nasce dal semplice quesito: chi saremmo senza il nostro lavoro?

Nel resto dell’articolo seguiranno spoiler, perché la pellicola merita un completo approfondimento.
Dunque, se siete ancora in tempo e avete la fortuna di avere nelle vostre prossimità un cinema che ha ancora il film in programmazione, correte a vederlo prima di proseguire. 

L’unico modo per andare avanti è tornare indietro

L’opera coreana orbita attorno alla figura di Man-soo (Lee Byung-hun): dipendente veterano e pluripremiato di un’azienda cartaria, la Solar Paper, che dopo l’acquisizione americana viene colpita da un taglio del personale, lasciando Man-soo disoccupato e sull’orlo del baratro economico. 

La vita perfetta, per cui aveva lavorato 25 anni, affonda lasciandosi alle spalle una manciata di bolle che salendo a galla esortano l’uomo a convincersi che non sia ancora finita per lui. Per resistere allo sconforto, Man-soo si convince che l’unico modo per andare avanti è tornare indietro, recuperare la vita perduta. Gli propongono altre possibilità, ma il suo desiderio rimane voler riconquistare il lavoro nel settore cartiero, ripetendosi come da titolo che Non C’è Altra Scelta. 

In sostanza, riducendo all’osso pianificazione ed esecuzione di Man-soo, il suo obiettivo è “cancellare” la concorrenza di individui più qualificati di lui che si frappongono al suo desiderio di recuperare la sua professione. 

In questo senso, l’opera di Park Chan-wook sviscera dal singolo individuo i moti e gli sfoghi sottocutanei dell’uomo contemporaneo che ha ormai dominato da tempo la natura e per sopravvivere (e contendersi le nuove risorse essenziali come il denaro e lo status sociale) non può che antagonizzare il proprio simile.

La casa, la carta, la botanica dei bonsai

La ricchezza di elementi riflette le proposte tematiche che diramano dalla figura di Man-soo: la casa, la carta, la botanica dei bonsai. Spesso si tratta di elementi presentati allo spettatore per poi essere strattonati da due poli opposti che creano un conflitto su di essi

La casa rappresenta per Man-soo un elemento imprescindibile della “vita perfetta”, perché è l’abitazione della sua infanzia che ha deciso di ricomprare una volta raggiunta la stabilità economica. Nella società coreana, questo elemento colloca precisamente la famiglia protagonista all’interno di uno strato sociale borghese: è uno status, è un’approvazione sociale di casta, e Man-soo non vi può rinunciare. 

La già citata carta richiama la produzione artigianale, la specializzazione professionale richiesta per maneggiarla, conoscerne le proprietà e poterne così portare avanti la produzione, in contrasto con la depersonalizzazione e sostituzione protratta dall’uso dell’intelligenza artificiale. 

La botanica suggerisce la metafora della potatura, analoga a ciò che avviene nell’azienda cartaria in cui lavorava Man-soo e simboleggia la necessità di eliminare parti inutili per il processo di crescita. 

Un’opera scritta attraverso la regia

Dal punto di vista tecnico, No Other Choice è un capolavoro di altissimissimo pregio. La regia si eleva a un livello superiore: movimenti, transizioni e composizioni sono di una bellezza ineccepibile, ma non rendono mai pesante la macchina da presa, mantenendo lo spettatore nel flusso della storia nonostante i giochi di prestigio visivi. 

In sala vige un assoluto silenzio rotto giusto da alcune risate che nascono dai contrasti della commedia nera, dall’abile uso ironico della musica, dalla curiosità del destino che in qualche modo favoreggia la deriva omicida di Man-soo. 

No Other Choice è un’opera che può definirsi anche scritta attraverso la regia, che contribuisce ai temi fondendosi perfettamente con le necessità narrative e valorizzando le prestazioni attoriali di livello del già citato Lee Byung-hun, ma anche della strabiliante Son Ye-jin nei panni della moglie Mi-ri.

Un atteggiamento politico analogo a Parasite

Col senno di poi, ormai sappiamo che No Other Choice è stato escluso dalle premiazioni degli Oscar. Che questa sia un’ingiustizia c’è ben poco da obiettare, ma è curioso alla luce del recente caso Parasite che aveva portato il cinema coreano sul tetto del mondo agli Oscar del 2020. 

Il film di Park Chan-wook ricalca le stesse volontà d’indagine e rappresentazione della società coreana, addentrandosi nei ragionamenti di classe e portando un’importante proposta politica: mentre in Parasite la linea divideva fermamente ricchi e poveri, No Other Choice presenta il cambiamento ulteriore della società per cui ora anche il borghese, notoriamente nel mezzo, trema di fronte all’instabilità lavorativa. 

Chi si riteneva al sicuro, sia economicamente che socialmente e soprattutto professionalmente, viene spinto giù e prova la stessa disperazione che colpisce i ceti più bassi.

La perdita del lavoro-identità: una sofferenza universale

Il discorso Park-iano esplora poi l’essenziale tema dell’identità usando l’associazione lavoro-identità per giustificare la sofferenza della perdita subita da Man-soo: se cedere i propri possedimenti e il proprio status può causare un dissenso soggettivo, è il fatto di perdere il lavoro come modo di incastrarsi all’interno del mondo in corsa che suggerisce una sofferenza universale, in grado di toccare chiunque.

Dedicare una vita intera alla carta, specializzarsi e abbellirsi convinti della propria insostituibilità lavorativa salvo poi vedere l’ennesima trovata del capitalismo che taglia la presenza umana senza preoccuparsi delle vite stesse che sono state potate.

Riguarderemo a quest’opera come un cult?

Questa indagine tematica è ciò che rende No Other Choice necessario più che mai al giorno d’oggi, come un braccio che si alza con coraggio per fare la domanda che gli altri non fanno, per puntare il dito contro una minaccia che tutti continuano a ignorare

Che venga riconosciuto o meno il suo valore dalle premiazioni statunitensi poco importa, purché questo film sia in grado durare per testimoniare con la sua ricchezza assoluta i nostri tempi. E chissà se in futuro considereremo quest’opera un cult a cui spettatori e critica contemporanea non hanno saputo rendere sufficiente giustizia.

Samuele Muresu