Guerra in Ucraina: che prezzo può avere per l’Europa una nuova fumata bianca a Istanbul?

Quella che ha ufficializzato l’elezione di Leone XIV potrebbe non essere l’unica fumata bianca di quest’anno, specie se spostiamo il nostro sguardo in Turchia, che, come ricorda un famoso detto, di fumo se ne intende e non poco.

Giovedì 15 maggio, infatti, Mosca e Kiev dovrebbero riprendere i negoziati per una “pace duratura” proprio nella stessa Istanbul che tre anni fa, subito dopo l’invasione russa, aveva ospitato i primi colloqui tra le due diplomazie, rivelatisi poi fallimentari.

Pare che dietro l’apertura al dialogo tra il leader ucraino e il presidente russo ci sia stato lo zampino dei leader europei, con il benestare del neo presidente statunitense Trump. Il francese Macron, il britannico Starmer e il tedesco Merz, infatti, avevano appoggiato la richiesta di Zelensky di un cessate il fuoco di trenta giorni, minacciando nuove sanzioni in caso di rifiuto da parte del Cremlino. Una minaccia che era valsa loro un “deficienti” da parte di Putin perché – almeno secondo lo zar – , i “volenterosi” non avrebbero cognizione del fatto che le sanzioni andrebbero comunque anche a loro discapito.

Complimenti a parte, alla corte di Erdogan si presenteranno da un lato Lavrov e Ushakov per la delegazione russa, dall’altro lo stesso Zelensky, che preme affinché possa interfacciarsi direttamente con il suo pari. Che però, a quanto trapela dalle ultime notizie, non ci sarà. Trump, che si è dichiarato molto fiducioso, invierà in Turchia il Segretario di Stato Rubio. Grandi assenti, agli occhi indifferenti della stampa internazionale, gli europei.

Erdogan, quindi, si presenta – secondo Il Foglio – come l’unico capo di Stato al mondo capace di offrire contemporaneamente “un tè, un fucile e un drone“. Insomma, l’unico intermediario in grado di concretizzare quella pace cui ha fatto incessante riferimento il nuovo Vescovo di Roma durante il suo primo discorso, affacciandosi dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro.

A prescindere dagli esiti della futura interlocuzione tra Kiev e Mosca, ad oggi ancora pericolosamente incerti, quello che ad oggi appare come un dato incontrovertibile è l’affermazione, agli occhi della comunità internazionale, del Presidente Erdogan come affidabile intermediario in contesti di crisi.

Un ghiotto bottino per il nuovo Sultano, che si aggiunge a quello dello scioglimento del PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan considerato un’organizzazione terrorista da Turchia, USA e UE, e che da decenni rivendicava più autonomia per i curdi turchi a suon di attentati.

“Mamma… li turchi” potrebbero tuonare gli europeisti o quantomeno coloro che si sentono minacciati dal crescente peso politico, a scapito (forse) di Bruxelles, di uno Stato che, specie dopo l’ascesa di Erdogan, appare strutturalmente lontano dai valori dell’Unione.

Eppure ci sono diversi “eppure” da considerare.

In primo luogo, questi negoziati non avrebbero potuto svolgersi in territorio europeo per via dei mandati d’arresto nei confronti del presidente russo da parte della Corte Penale Internazionale proprio in ragione dei crimini connessi alla guerra in Ucraina. Gli Stati dell’UE, infatti, sono firmatari dello Statuto di Roma che nel 1998 ha istituito la Corte e, di conseguenza, sono vincolati a eseguire le decisioni del tribunale: gli eventuali inadempimenti, da questo punto di vista, comporterebbero delle conseguenze diplomatiche di non poco conto.

Inoltre, data la netta posizione assunta sin dall’inizio dell’invasione, difficilmente l’Unione europea si sarebbe presentata agli occhi dei russi come un mediatore terzo e imparziale.

Ma Turchia e Unione Europea sono così antagonisti?

I rapporti tra UE e Istanbul sono stati e sono, ancora oggi, tutt’altro che inesistenti. Difficili da inquadrare sotto rigidi schemi giuridici, oscillanti dal punto di vista politico, le interlocuzioni tra Istanbul e Bruxelles sono comunque presenti. E parecchio incidenti rispetto alla salute dei due attori internazionali.

Al di là della richiesta di adesione all’UE da parte della Turchia del 1987 ed entrata in stallo proprio con la presa di potere di Erdogan e la svolta autoritaria del paese, a partire dal 2021, all’indomani della crisi pandemica, il Consiglio Europeo si è dichiarato pronto a dialogare con la Turchia in modo graduale, proporzionato e reversibile per intensificare la cooperazione in settori di interesse comune quali, a titolo di esempio, la migrazione, la lotta al terrorismo, la salute pubblica, il clima e le questioni regionali.

Dal punto di vista economico, tra i due organi internazionali sussiste un regime di unione doganale per tutti i beni industriali in vigore dal 1996. L’Unione, infatti, è il principale partner commerciale della Turchia, che a sua volta è stata, nel 2023, il quinto partner commerciale dell’UE.

Una menzione particolare merita il supporto che l’Unione ha prestato alla Turchia a seguito del devastante terremoto del 2023, ma anche il programma di liberalizzazione dei visti che dovrebbe condurre a un regime di esenzione.

Ultima, ma non per importanza, la questione sulla migrazione. Per “migliorare le condizioni di vita dei rifugiati in Turchia”, nel 2015 l’UE ha istituito uno strumento che finora ha mobilitato 6 miliardi di finanziamenti in favore di quello che negli ultimi nove anni è stato il più grande paese di accoglienza al mondo.

Se proviamo a circoscrivere il raggio d’azione, sorge spontanea una domanda: che ripercussioni ci saranno per l’Europa rispetto al suo rapporto con la Turchia? Bruxelles perderà potere contrattuale e sarà costretta a cedere in futuro alle volontà di Erdogan, le cui scelte politiche non sono sempre in linea con i valori dell’Unione? Come si evolverà la situazione, per esempio, rispetto alla questione cipriota? L’Unione dovrà, quindi, riconoscere la Repubblica Turca di Cipro del Nord a scapito della parte greca oggi membro dell’UE?

Che fine faranno tutte le violazioni dei diritti umani di cui il governo turco costantemente si macchia? L’Unione si fingerà cieca per il quieto vivere? Fino a che punto l’Unione sarà disposta a scendere a patti con quello che appare un diavolo rispetto ai principi di democrazia e libertà su cui il Vecchio Continente ha scelto di fondarsi?

Che prezzo ha la vittoria di Erdogan?