L’Islanda non farà parte dell’Unione europea, almeno per il momento. E chissà ancora per quanto tempo. È questo il risultato ufficiale del referendum andato in scena sabato 29 agosto sull’isola nordica, dedicato alla possibilità di riaprire i negoziati per aggiungersi ai Ventisette.
Con tutte le sezioni scrutinate, il risultato finale ha visto prevalere il “no” con il 52,8%, contro il 47,2% dei pareri favorevoli: un esito che blocca qualsiasi possibilità di riaprire la questione almeno fino alla fine dell’attuale legislatura del parlamento islandese, prevista nel 2028.
L’affluenza è stata altissima, pari all’82,52% degli aventi diritto (circa 220mila elettori sui circa 400mila abitanti), a dimostrazione di un radicamento al tema – oltre che del bipolarismo politico – venutosi a creare sull’isola.
Guardando la “mappa” del voto, nella Capitale ha prevalso il sì con una media del 56% tra i due collegi in cui è divisa la città, mentre dall’altra parte del territorio nazionale il no si è assestato al 59,4%, con un picco del 62,9% registrato nella regione del Nord-Ovest.
La spinta europeista di Reykjavík non è bastata per superare le diffidenze che le zone costiere e agricole riservavano nei confronti di Bruxelles. Nelle zone rurali, infatti, la partita si è giocata prevalentemente sul tema della pesca: il commercio ittico rappresenta il 40% dell’export del paese scandinavo e il timore era quello di dover cedere un ampio spazio di autonomia con il conseguente debutto di nuovi attori commerciali nei mari del nord.
Un po’ di storia
Storicamente, l’Islanda è sempre stata il simbolo chiave dell’indipendenza, sia geografica che politica, da parte dell’Unione europea.
Pur essendo un paese che, ancora oggi, è influenzato dalla cultura e dalle lingue parlate nei paesi scandinavi – prova ne è il fatto che gli islandesi, privi del proprio esercito, possono arruolarsi in quello norvegese – l’appartenenza alla famiglia europea è sempre stata un tabù.
Eppure, negli ultimi decenni, la prospettiva di integrarsi nel gruppo dei Ventisette si è fatta sentire con sempre maggiore insistenza. Vi ricordate tutti l’eruzione del vulcano Eyjafjöll tra marzo ed aprile 2010? Proprio questo evento, che ha avuto ripercussioni pesanti su tutto il sistema dei trasporti dell’Unione europea, ha reso ancor più evidente il fatto che l’Islanda sia più vicina di quanto sembri.
Nello stesso periodo, infatti, il governo islandese ha avviato i negoziati con Bruxelles per entrare nella grande famiglia europea. E poi, cosa è successo negli anni successivi?
2009 – 2010: primi incontri a Bruxelles
In questo biennio, Islanda ed Unione europea si incontrano per la prima volta. L’argomento? L’adesione del paese all’Unione europea.
Una prima data da ricordare è il 17 luglio 2009: l’Islanda presenta ufficialmente la candidatura per entrare a far parte dell’Unione europea.
Pochi giorni dopo, il 27 luglio 2009, il Consiglio dell’Unione europea ha incaricato la Commissione di formulare un parere sull’adesione dell’Islanda alla famiglia dei 27.
Nel corso del 2010, i negoziati entrano nella fase più calda: la Commissione europea dà il suo parere favorevole all’ingresso dell’Islanda nell’UE.
Ma le cose non sono andate poi come si prevedeva…
2013 – 2015: stop ai negoziati
In questi anni, le negoziazioni tra le due parti cambiano rotta: il popolo ed il governo islandese hanno manifestato chiaramente il loro non interesse ad entrare nell’Ue.
Nel 2015, una lettera scritta dal ministro degli affari esteri ha cancellato ogni speranza: l’Islanda non è definita come un paese candidato, pur continuando a mantenere solide relazioni commerciali.
Ma non tutte le porte sono chiuse…
Dal 2021 a oggi: il tira e molla continua
In tempi più recenti, l’idea di integrarsi pienamente nell’Unione europea è tornata a circolare nella politica islandese. A partire dalle elezioni del 25 settembre 2021, quando il popolo islandese scelse Katrín Jakobsdóttir come capo del governo. Sin da subito, l’approccio è stato rivolto all’Europa, con un programma strutturato in 25 punti da sottoporre a Bruxelles per la sua piena integrazione nella grande famiglia europea.
Dopodiché, ad agosto 2026, le cose sono andate diversamente e il popolo islandese ha deciso di non tornare a intraprendere la strada verso l’Unione.
Dopo anni di negoziati ed illusioni, gli islandesi hanno dichiarato di non voler diventare cittadini europei. Una decisione che lascia un po’ di amarezza negli altri stati europei, ma che è destinata anche a far riflettere.
Riusciranno i giovani islandesi ad affermare il loro desiderio di appartenenza europea? O saranno costretti a vivere nello scetticismo dei loro connazionali più agées?
Europhonica continuerà a seguire la vicenda, e a raccontarvela sui nostri canali!
Articolo a cura di Giuseppe Marucci e Lorenzo Onisto