Sentimental Value, o sull’imperfezione dei nostri rapporti

Pienezza di significato e valore affettivo

Il valore sentimentale, affettivo, è quanto attribuiamo agli elementi che ci circondano, andando contro il loro valore materiale. Oro, carta, plastica, foglie, corpi, sguardi: tutto è pesato e quantificato per incontrare il proprio valore universale, ma ogni individuo si presenta con una scala oggettiva che gli permette di fare preferenze arbitrarie

Il fatto che possiamo infondere oggetti apparentemente inutili di una pienezza di significato e valore affettivo è qualcosa che ci fa tastare con mano la ricchezza della vita. Foglie di alloro e biglietti della fortuna nelle cover dei telefoni, monete dal valore di centesimi regalate al ritorno dai viaggi. Sappiamo arricchire ciò che ci dicono valga poco, ma sappiamo anche togliere valore a ciò che per noi dovrebbe contare tanto. Riempire di astio, cancellare il bene.

Un Grand Prix, Un Golden Globe e Oscar q.b.

Sentimental Value è stato presentato nel 2025, affrontando un lungo percorso prima di raggiungere le sale italiane il 22 Gennaio e contemporaneamente i grandi premi che gli sono stati assegnati. 

Il film con la regia di Joachim Trier ha divorato gli European Film Awards (gli Oscar italiani) e conseguito il Grand Prix a Cannes, per poi esordire nel 2026 con le tantissime candidature ai Golden Globe (unico premiato Stellan Skarsgård come Miglior attore). 

Proprio in concomitanza con l’uscita italiana sono poi sopravvenute le 9 candidature agli Oscar nelle categorie più importanti, di cui quasi tutte le sezioni attoriali, tra cui figurano in particolare quella a Miglior film (e ovviamente Miglior film internazionale), ma anche Miglior regia e Miglior sceneggiatura originale.

Gestire il ritorno del padre

In un’ordinata Norvegia, una famiglia spaccata dal divorzio e dalla distanza vede il padre Gustav (Stellan Skarsgård) riavvicinarsi durante il funerale della sua ex moglie. La sorpresa delle figlie Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) è la prima delle tante emozioni che si susseguono nella storia e nella casa ricca di valore affettivo, come da titolo. 

Gustav, che era stato assente per tanto tempo, torna per proporre alla figlia e attrice teatrale Nora di partecipare al suo nuovo film come protagonista, in una storia che sembra basata sulla drammatica vita della nonna Ingrid. In un insieme di significati, riflessi, questioni personali e relazioni intrecciate, le sorelle Nora e Agnes sono chiamate a gestire il ritorno del padre alla luce dei loro dissapori passati, della sofferenza che la sua presenza risveglia in loro, ma anche dei tentativi di comprensione e le richieste di riconciliazione che Gustav porta con sé

Nel corso della storia compare anche la figura di Rachel Kemp (Elle Fanning), un’attrice di successo che inizia a collaborare con Gustav in vista della realizzazione del sopracitato film.

Nel resto dell’articolo seguiranno spoiler sul contenuto del film, in particolare sul finale in cui la potenza espressiva dell’opera converge, rendendo impossibile non parlarne. L’invito è di approfittare dell’occasione di vedere il film in salaprima di proseguire con la lettura.

La dimensione meta-narrativa

Innanzitutto, un dettaglio importante dell’opera è la sua dimensione meta-narrativa: il fatto che i protagonisti orbitino attorno alla creazione di un film permette al regista Joachim Trier di dare una propria visione non solo dell’opera filmica, ma anche del processo creativo stesso. 

Quest’argomento è reso essenziale all’interno della pellicola: il padre Gustav non è nuovo a rendere le figlie centrali nella propria vita per un film a cui sta lavorando, avendo fatto lo stesso con Agnes più di dieci anni prima. I dissapori passati tra Gustav e le sue figlie hanno modo di riemergere nel lungometraggio, che rappresenta per il padre un tentativo di riconciliazione, di comunicare nell’unica maniera in cui riesca a farlo, nonché di aggirare la realtà e le responsabilità che avrebbe dovuto avere nei loro confronti. 

Inoltre, la storia dell’opera a cui sta lavorando ha modo di indagare i traumi del suo passato, raccontando del suicidio della madre Ingrid anni dopo l’occupazione nazista della Norvegia. Il processo catartico di Gustav rappresenta la natura dell’arte come occasione di evadere, ma anche di tentare il confronto. Alla luce di ciò, alcune scelte di regia vogliono ricordare allo spettatore che si sta guardando un film, come le morbide dissolvenze sul nero.

Tornare ai fasti di un tempo

Le trattative di Gustav per realizzare il suo cortometraggio ci regalano uno sguardo sull’industria cinematografica attuale, con la denuncia dell’approccio Netflix-iano per il suo essere in grado di alterare il mercato e tagliar fuori tutta una serie di opere a causa della loro relativa “lentezza”, con Sentimental Value che si ritrova ironicamente vittima dello stesso fenomeno. 

Se fin qui è stato discusso come attraverso la lavorazione del film Gustav cerchi di far tornare la propria famiglia ai fasti di un tempo (nonostante il rapporto fosse conflittuale anche prima del divorzio), lo stesso può dirsi dell’ideale artistico che ne guida la produzione, rimandando gli echi di un cinema del passato distante dalle tecniche funzionali di quello contemporaneo. 

Inoltre, la rappresentazione del “film dentro al film”, che solitamente stride quando osservata sul grande schermo, appare in quest’opera totalmente naturale e carica dei significati emotivi che ogni personaggio rappresenta.

Interpretare un’interpretazione

Il fatto che tutti gli interpreti principali siano candidati a importanti premi attoriali non stupisce affatto. Se la scrittura di livello getta una solida base su cui costruire le performance, l’operato dei singoli eccelle in ogni scena, o più in generale nella loro complessiva presenza nello sguardo di Joachim Trier. 

Una essenziale meta-rappresentazione della loro bravura è presente nelle due scene in cui Rachel Kemp e Nora leggono la sceneggiatura scritta da Gustav. Rachel Kemp inscena il dialogo calandosi perfettamente nella parte, ma la sua interpretazione della madre di Gustav appare vuota e priva di emozione perché si tratta di una mera rappresentazione. 

Lo spettatore rimane senz’altro affascinato dall’ampiezza rappresentativa di Elle Fanning che riesce a “interpretare un’interpretazione” e poi uscirne subito dopo (dal piano al riso), pur rimanendo in un personaggio intermedio. Il fervore emotivo sopraggiunge con il tentativo di Nora, che si decide ad affacciarsi nel codice comunicativo filmico del padre e nel non performare l’interpretazione della nonna Ingrid riesce invece a renderla perfettamente credibile e commovente, pur commuovendosi egli stessa. 

Entrare e uscire dal vero e dal falso, farlo su due livelli (Elle-Rachel-Ingrid e Renate-Nora-Ingrid) attesta l’assoluta grandezza attoriale delle due interpreti.

Tendere una mano all’altro e tentare di riavvicinarsi

Il finale dell’opera, che dovrebbe essere anche il culmine del lungometraggio di Gustav Borg, ci colpisce al cuore nella maniera più morbida possibile. I cerchi concentrici si allineano mentre Nora, che ha deciso di recitare nel film del padre, interpreta la drammatica scena del suicidio. 

La chiusura è così sfumata che non si hanno certezze su ciò che avverrà dopo, e per quanto il tentativo di riconciliazione tra i due sembra portare a un esito positivo, il film non ci permette di attestarlo. La non definitività dell’ultima scena permette di riprendere in mano le relazioni sviluppate all’interno del film, rendendoci narrativamente l’imperfezione dei rapporti

Non vediamo mai come Nora comunica a Gustav di aver accettato il ruolo, non vediamo mai un’ammissione di colpe o una richiesta di perdono, ma solo due individui che nella nube dubbiosa della loro esistenza hanno deciso di tendere una mano all’altro e tentare di riavvicinarsi. E per quanto a volte possa sembrare frustrante quando la verità non ci viene spiattellata di fronte al viso, è da questa imperfezione che emerge la ricerca e la forza delle emozioni insite in noi.

Quanto imperfettamente abbiamo…

In sostanza, il parco giochi emozionale di Joachim Trier si riempie organicamente e respira la varietà affettiva dei protagonisti. La nonna, coi suoi tormenti e il suicidio: un eco dal passato, che ricorda la sofferenza celata, ma spesso non volutamente trasmessa ai successori. 

La casa affonda lentamente poiché la pesantezza delle vite passate grava sulle nuove; i rapporti si incrinano, il divorzio, la travagliata infanzia di Nora e Agnes, per poi infine pareggiare tutto con la ristrutturazione in ottica moderna. 

Tanto rimane non detto, la morale e le conclusioni aleggiano timidamente senza forzarci a coglierle per dimenticarle l’attimo stesso che usciamo dal cinema.

E mentre lasciamo le sale che speriamo non affondino mai, su poltrone che raccontano storie, che hanno ospitato lacrime e risate, riguardiamo ai nostri rapporti per ricordare quanto imperfettamente abbiamo cercato il contatto con persone che ci hanno ferito e quanti contatti abbiamo distrutto anche senza volerlo. 

Samuele Muresu