Frankenstein, adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Mary Shelley, uscito al cinema il 17 Ottobre 2025, ha ottenuto ben nove candidature agli Oscar 2026.
Il mostro di Mary Shelley ha affascinato tanti registi nel corso del tempo, fra cui annoveriamo il primo adattamento del 1910 fino ai più recenti di Kenneth Branagh del 1994 (puoi ascoltare un nostro podcast dedicato qui) e al retelling del 2024, con l’esordio alla regia di Zelda Williams.
La vita come elevazione dalla morte
In un’epoca governata dall’Illuminismo, Victor Frankenstein (Oscar Isaac), impara da suo padre i rudimenti del sapere medico. Nessuna istruzione può contrastare però un evento canonico della vita, la morte, a cui Victor si vede esposto in giovane età.
Victor non si rassegna alla morte e trova nella scienza il suo riscatto: in seguito a numerosi studi ed esperimenti sui cadaveri, finanziati in seguito dal mercante d’armi Harlander (Christoph Waltz), riesce a dare vita ad una Creatura (Jacob Elordi), grazie a trapianti di organi e all’elettricità. Il suo entusiasmo però si spegne quando questa Creatura si rivela non essere intelligente come si aspettava e la relega in catene, riducendola alla stregua di un animale.
Elizabeth (Mia Goth), nipote di Harlander e promessa sposa di William, il fratello di Victor, fa la conoscenza della Creatura e ne prova compassione, fatto che provoca in Victor il desiderio di liberarsi della sua creazione, finendo col causare un incendio che tuttavia lascia la Creatura illesa.
Inizia da qui un lungo viaggio di formazione per la Creatura che, proteggendo una famiglia dai lupi, riceve protezione e riconoscenza come “spirito della foresta” ed impara dall’anziano della famiglia a leggere, a parlare, ad esprimere le sue emozioni.
L’educazione che riceve indirettamente è un’educazione del cuore, ben lontana dalla ferrea disciplina a cui era stato abituato Victor. Proprio l’empatia e la compassione permettono alla Creatura di tornare dal suo Creatore, ormai in punto di morte, non per vendetta ma per perdono.
Il mostro di Frankenstein torna in vita con Guillermo del Toro
Il regista Guillermo del Toro ha riscritto la sceneggiatura del romanzo di Mary Shelley per portarci una storia che, lontana dalle animazioni fiabesche che abbiamo visto in Pinocchio (2022), ci conduce in un’atmosfera gotica.
La storia non viene soltanto presentata dal punto di vista del dottor Frankenstein, che nella prima parte del film viene salvato da alcuni marinai nel mare del Nord, ma anche dal punto di vista della sua Creatura, permettendo allo spettatore di vederla non come prodotto passivo di Victor ma come agente attivo della sua vita, portatore di coscienza e di sentimenti.
La nascita del mostro di Frankenstein avviene con un’operazione chirurgica della macchina da presa, che inquadra ogni singolo organo con la stessa devozione di Victor verso la sua Creatura.
L’interpretazione di Jacob Elordi ha sorpreso positivamente il pubblico, abituati al ruolo stereotipato di “bad boy” in Euphoria e di “frutto proibito” in Saltburn.
In Frankenstein l’attore si spoglia di tutti i suoi ruoli per mostrarsi nudo e crudo, con una compostezza fisionomica e del corpo gestita magistralmente. Il trucco pallido enfatizza la sua natura cadaverica e lascia allo spettatore l’immagine di una figura statica che via via, con il crescere della sua chioma, si impossessa del suo destino.
Mia Goth, che invece interpreta sia la madre di Victor che Elizabeth, incarna sia il tormento che l’innocenza. I costumi qui giocano un ruolo chiave e la differenza risiede nella scelta cromatica: per la madre abiti di colore rosso, associato al sangue e al tormento, e abiti pastello in Elizabeth, che ne sottolineano il candore.
L’interesse di Elizabeth per gli insetti è una perfetta metafora del suo personaggio: una donna sensibile rinchiusa nei ruoli della società dell’epoca ma non per questo inerme. E’ il suo amore per le creature indifese che la rendono affascinata e non spaventata dal “mostro” di Frankenstein, fino al suo tragico sacrificio.
Victor e la sua creazione: una lotta tra la vita e la morte
L’antagonismo fra Victor e la sua Creatura non è soltanto un espediente narrativo ma un simbolismo della dicotomia fra la morte e la vita e di un conflitto generazionale.
Victor, che non è riuscito a elaborare la morte dei suoi genitori, cova un desiderio di vendetta verso la vita, di cui non accetta i limiti; La Creatura, al contrario, “frutto della morte”, è portatore di vita: si prende cura della famiglia nel bosco, desidera una compagna con cui condividere l’immortalità e perdona il suo creatore.
Il rapporto tra i due, così simile a quello fra un padre e un figlio, rispecchia la fredda educazione che Victor ha ricevuto da suo padre, sanata dalla presenza successiva dell’anziano, che riuscirà a guarire La Creatura dall’indifferenza e dalla freddezza del mondo.
Il regista vuole quindi lasciarci un messaggio di perdono, perchè la Creatura, invece di uccidere, sceglie di perdonare il suo creatore nonostante i torti subiti e supera il conflitto familiare: non diventa arido e vendicativo come il “Victor padre” ma dimostra di essere dotato di sensibilità e di umanità.
Carmen Allocca