Nella giornata di giovedì 30 luglio, circa 60.000 persone provenienti dal Marocco hanno tentato di entrare a Ceuta, città autonoma spagnola di poco più di 80.000 abitanti affacciata sullo stretto di Gibilterra. Stando a quanto riportato dall’emittente americana CBS e da Euronews, a spingere molti giovani verso Ceuta è stata una serie di post virali sui social media, la cui origine non è stata accertata. Contenuti con scritto “la Spagna ha aperto le porte”, video tutorial su come raggiungere Ceuta a nuoto, gruppi Facebook che monitorano i movimenti delle pattuglie costiere spagnole hanno fatto credere, improvvisamente, che la “fortezza Europa” fosse alla portata di mano come mai prima d’ora.
Quella promessa, però, si è rivelata infondata. Già da venerdì 31 luglio, il governo spagnolo ha rafforzato i controlli al confine e avviato procedure di rimpatrio verso il Marocco. Secondo il ministero degli Esteri spagnolo, delle circa 50.000 persone che avrebbero attraversato irregolarmente il confine il 30 luglio, la maggioranza sarebbe stata ricondotta in Marocco nel giro di 48 ore. Sul bilancio delle persone morte o disperse durante gli attraversamenti, invece, occorre particolare cautela, distinguendo fra decessi accertati, dispersi e vittime delle operazioni di soccorso o di frontiera.
Ma perché proprio Ceuta? E qual è il suo legame con la Spagna?
La storia di Ceuta
Considerata da secoli un crocevia di religioni e culture diverse, Ceuta rappresenta a tutti gli effetti un lascito della presenza europea nel Nord Africa. Conquistata dal Portogallo nel 1415, passò definitivamente alla Spagna nel 1668, nell’ambito del trattato di pace che pose fine alla Guerra di restaurazione ispano-portoghese.
Ceuta, come Melilla, si trova geograficamente in Africa ma è amministrata dalla Spagna. Le due città non facevano parte del protettorato spagnolo nel Marocco settentrionale e non furono quindi cedute con la fine della presenza coloniale spagnola in Marocco: Madrid le considera parte integrante del proprio territorio, mentre Rabat ne rivendica la sovranità. Oggi Ceuta e Melilla hanno lo status di città autonome, ciascuna elegge un deputato al Congresso dei Deputati e due senatori nelle Cortes Generales spagnole.
Proprio per questa condizione particolare, nel corso degli anni Ceuta e Melilla sono diventate punti sensibili dei flussi migratori diretti verso l’Europa. Il loro confine terrestre con il Marocco è una frontiera esterna dell’Unione europea e dell’area Schengen. Tuttavia, l’ingresso irregolare nelle due città non dà automaticamente diritto a restare in Spagna, a raggiungere la penisola iberica o a circolare nel resto dell’area Schengen. Ceuta e Melilla sono infatti soggette a un regime specifico: oltre ai controlli al confine con il Marocco, esiste un secondo controllo Schengen all’uscita verso la penisola, per via marittima o aerea.
Le cause della crisi
A dispetto della narrativa emergenziale degli ultimi giorni, la pressione migratoria costituisce una realtà per così dire “strutturale” per Ceuta e Melilla. Più rari, ma non privi di precedenti, sono i picchi improvvisi di afflusso: già nel maggio 2021 circa 10.000 persone raggiunsero Ceuta, in seguito a un temporaneo allentamento dei controlli sul lato marocchino del confine.
Secondo diversi studiosi dell’area, questi allentamenti, sempre negati dalle autorità marocchine, sono legati a doppio filo ai rapporti diplomatici tra Spagna e Marocco. Uno dei nodi centrali riguarda il Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, abbreviato in Fronte Polisario: il movimento politico che rappresenta una parte rilevante della lotta del popolo saharawi per l’autodeterminazione e per il futuro del Sahara Occidentale.
Nel 1976, il Fronte diede vita alla Repubblica Araba Saharawi Democratica, riconosciuta da numerosi Stati, soprattutto africani, ma non dalle Nazioni Unite. L’ONU riconosce il Fronte Polisario come rappresentante del popolo saharawi nel processo di autodeterminazione e, dal 1991, sostiene l’ipotesi di un referendum sul futuro del territorio. Il referendum non si è però mai tenuto, mentre il Marocco continua a rivendicare il Sahara Occidentale come parte del proprio territorio.
La questione ha ripercussioni anche sui rapporti economici tra Unione europea e Marocco. Nel 2024 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha contestato l’applicazione di accordi commerciali e di pesca UE-Marocco al Sahara Occidentale senza il consenso del popolo del territorio, rappresentato dal Fronte Polisario. Questo costituisce uno dei principali terreni di conflitto giuridico e politico tra Rabat, Bruxelles e il movimento saharawi.
La posizione spagnola sul Sahara Occidentale non è rimasta immutata nel tempo. Nel 2021, l’accoglienza in un ospedale spagnolo del leader del Fronte Polisario Brahim Ghali, malato di Covid-19, provocò una grave crisi diplomatica con il Marocco. Più recentemente, anche la visita del 20 luglio di Pedro Sánchez in Algeria, Paese tradizionalmente vicino alla causa saharawi e rivale regionale del Marocco, è stata indicata come un elemento capace di riaccendere le tensioni.
In entrambi i casi, migliaia di persone hanno pagato il prezzo di un contenzioso diplomatico che si riflette direttamente su una delle frontiere più esposte dell’Unione europea.
L’emergenza vista dall’Europa
Se la mobilitazione social di questi giorni ha avuto presa, è stato anche perché alcuni sviluppi sul lato spagnolo sono stati interpretati, spesso fuori contesto, come un’apertura automatica all’ingresso e alla permanenza in Spagna.
Poche settimane fa, una sentenza della Corte Suprema spagnola si è pronunciata sull’applicazione della Ley de Extranjería, la legge sull’immigrazione spagnola, che dal 2015 contiene una disposizione aggiuntiva specifica per Ceuta e Melilla. La norma consente il respingimento alla frontiera di chi supera i dispositivi di contenimento del confine terrestre. Secondo la ricostruzione diffusa dalla stampa, la Corte ha stabilito che questa procedura non può essere estesa automaticamente alle persone intercettate in mare o mentre raggiungono Ceuta a nuoto, perché il mare non costituisce, di per sé, un “elemento di contenimento” equiparabile alla barriera di frontiera terrestre.
La sentenza, tuttavia, non ha modificato la legge spagnola sull’immigrazione né ha attribuito un diritto automatico di restare in Spagna a chi entra irregolarmente a Ceuta. Secondo il governo spagnolo, richiede semplicemente l’applicazione della procedura ordinaria di rimpatrio, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento. Resta fermo il principio per cui le autorità devono consentire un accesso effettivo alla procedura di protezione internazionale e valutare individualmente le eventuali richieste di asilo, nel rispetto del divieto di respingimenti collettivi e del principio di non-refoulement.
Anche il piano straordinario di regolarizzazione promosso dal governo spagnolo è stato presentato sui social come una possibile via d’accesso per chi avesse raggiunto Ceuta. Si tratta però di un messaggio fuorviante. Il processo di regolarizzazione riguarda soltanto chi possa provare di risiedere in Spagna prima del 1° gennaio 2026 e di avervi soggiornato continuativamente per almeno cinque mesi al momento della domanda: chi ha attraversato il confine il 30 luglio 2026 è quindi escluso per definizione.
Le implicazioni per il sistema Schengen
In questi giorni abbiamo sentito pronunciare molte volte la parola Schengen. Ma cosa significa nella realtà? Schengen è anzitutto un piccolo villaggio nel sud del Lussemburgo, scelto nel 1985 come sede della firma dell’accordo che avviò l’eliminazione graduale dei controlli alle frontiere interne tra alcuni Paesi europei.
L’accordo fu firmato inizialmente da Belgio, Francia, Germania Ovest, Lussemburgo e Paesi Bassi. Nel corso dei decenni, l’area Schengen si è estesa fino a comprendere 29 Paesi: 25 Stati membri dell’Unione europea e quattro Paesi associati non membri dell’UE, cioè Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera, mentre Irlanda e Cipro non partecipano pienamente all’area Schengen pur essendo parte dei Ventisette.
Dalla sua entrata in vigore, Schengen ha reso più semplice la mobilità quotidiana di milioni di persone: studenti, lavoratori, pendolari e viaggiatori possono spostarsi fra gli Stati partecipanti senza controlli sistematici alle frontiere interne. Questa libertà di movimento ha agevolato anche l’esperienza di chi studia o lavora all’estero, compresi i milioni di partecipanti a programmi europei come l’Erasmus.
Libera circolazione: facciamo un po’ di chiarezza
L’obiettivo di Schengen non è abolire ogni forma di controllo, ma eliminare i controlli sistematici alle frontiere interne e garantire al tempo stesso una gestione coordinata delle frontiere esterne.
Chi entra nell’area Schengen da un Paese terzo — via terra, mare o aria — può essere sottoposto a verifiche sui documenti, sulle condizioni di ingresso e, nel caso presenti una domanda di protezione internazionale, alle procedure previste dal diritto europeo e nazionale.
È qui che entra in gioco il sistema europeo dell’asilo. Per anni, il cosiddetto sistema di Dublino ha individuato lo Stato responsabile dell’esame di una domanda d’asilo. Il criterio più noto era quello del primo ingresso irregolare, ma non era l’unico: le norme prendevano in considerazione anche l’unità familiare, la tutela dei minori non accompagnati e il possesso di un visto o di un permesso di soggiorno rilasciato da un altro Stato.
Dal 12 giugno 2026, il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo è entrato in applicazione e ha riformato le norme precedenti. Il nuovo quadro mantiene obblighi chiari per i richiedenti di presentare domanda nello Stato membro di primo ingresso e introduce criteri più definiti per stabilire quale Paese sia responsabile dell’esame della richiesta, insieme a meccanismi di solidarietà e condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri.
In pratica, per chi entra irregolarmente in Italia, Spagna, Grecia o in un altro Paese di frontiera, il primo Stato di ingresso continua spesso a svolgere un ruolo centrale nell’identificazione, nella registrazione e nella gestione della domanda. Ma non si tratta di un automatismo assoluto: i legami familiari, la condizione di minore e altri elementi personali possono incidere sull’individuazione dello Stato competente.
Questo sistema è stato a lungo criticato perché tende a concentrare sulle frontiere esterne dell’Unione una quota molto rilevante delle procedure di identificazione, accoglienza ed esame delle domande. Le organizzazioni umanitarie contestano il rischio che questa pressione favorisca ostacoli all’accesso alla procedura d’asilo, istruttorie non sufficientemente individualizzate, respingimenti incompatibili con il diritto internazionale e il ricorso a intese con Paesi terzi per contenere le partenze.
La responsabilità dello Stato membro non elimina infatti il diritto di chiedere protezione internazionale, né consente di rinviare una persona verso un Paese nel quale rischi persecuzioni, tortura o trattamenti inumani e degradanti. Questo è il principio di non-refoulement, uno dei cardini della protezione internazionale.
Le norme europee prevedono anche criteri connessi al ricongiungimento familiare. Se una persona che chiede protezione ha un familiare legalmente presente in un altro Stato membro, questo legame può incidere sulla determinazione dello Stato responsabile della domanda e, nei casi previsti, consentire il trasferimento della persona verso il Paese nel quale vive il familiare. Non si tratta però di una procedura automatica, né di un semplice visto successivo al primo ingresso: occorrono verifiche sui legami familiari e sulle condizioni previste dalla legge.
Con l’adesione della Spagna agli accordi di Schengen nel 1991, Ceuta e Melilla sono entrate in un assetto particolare, sospeso tra due continenti. Sono città spagnole situate in Africa e frontiere esterne dell’Unione, ma non costituiscono una porta di accesso automatica alla penisola iberica. I controlli Schengen vengono effettuati anche in uscita, al porto e all’aeroporto, per impedire che un ingresso irregolare nelle città si trasformi automaticamente in un ingresso nel resto dell’area Schengen.
Le reazioni della politica
Dopo i fatti di questi giorni, la questione dei rimpatri, dei respingimenti e della gestione delle frontiere è passata anche sul piano politico europeo.
La presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e la prima ministra danese Mette Frederiksen hanno chiesto un rafforzamento della risposta europea e hanno sollevato il tema della tenuta delle regole di Schengen dopo la crisi di Ceuta. È opportuno, tuttavia, distinguere tra la richiesta politica di misure eccezionali e la possibilità giuridica per un singolo Stato di reintrodurre temporaneamente controlli alle proprie frontiere interne: gli Stati membri non possono unilateralmente “sospendere Schengen con la Spagna”.
Di tutt’altro avviso è il governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez, che ha criticato duramente alcune reazioni europee e ha ribadito la necessità di una soluzione comune, fondata sul sostegno alla Spagna, sulla gestione condivisa delle frontiere esterne e sulla cooperazione con il Marocco.
Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è intervenuta fin dalle prime ore della crisi. Il 31 luglio ha definito «inaccettabili» le immagini arrivate da Ceuta e ha chiesto che gli attraversamenti irregolari cessassero immediatamente, ribadendo il sostegno della Commissione alla Spagna.
Nei giorni successivi, alla vigilia della riunione straordinaria dei ministri europei dell’Interno, von der Leyen ha collocato il caso Ceuta nel quadro più ampio della gestione comune delle frontiere esterne. In una lettera indirizzata a Pedro Sánchez, ha sostenuto che «la protezione di tutte le nostre frontiere esterne è una responsabilità europea condivisa» e ha chiesto un’azione unitaria basata sulla cooperazione con i Paesi partner, sul rafforzamento delle frontiere nei punti più vulnerabili, sui sistemi di allerta precoce, sul contrasto alle reti di trafficanti e su procedure di rimpatrio più efficaci. Ha inoltre richiamato l’esigenza di identificare rapidamente le persone arrivate, esaminare le eventuali richieste di asilo e rispettare il diritto dell’Unione, comprese le tutele previste per i minori.
La linea della Commissione ha quindi puntato a combinare il controllo delle frontiere, la cooperazione con il Marocco e la gestione comune delle procedure, evitando che la crisi di Ceuta si trasformasse in una rottura politica dell’area di libera circolazione.
E ora, cosa può succedere?
La questione Ceuta è destinata a far discutere ancora per molto avendo riaperto un confronto europeo su almeno quattro piani differenti: il controllo delle frontiere esterne, l’accesso alla protezione internazionale, la distribuzione delle responsabilità fra Stati membri e il rapporto dell’Unione europea con il Marocco.
Alcuni governi hanno rilanciato la necessità di misure più rigide contro gli ingressi irregolari e di accordi con i Paesi di origine e transito. Altri, come il governo spagnolo, hanno chiesto maggiore sostegno operativo e politico dall’Unione europea nella gestione dei flussi e delle procedure di frontiera.
Allo stato attuale – e al di là dei polveroni sollevati nelle scorse settimane – non appare del tutto corretto affermare che una delle due impostazioni abbia prevalso in modo definitivo sull’altra, mentre con la dovuta prudenza possiamo dire che il confronto ha comunque contribuito a rafforzare la richiesta di una risposta comune, pur senza eliminare le divergenze tra Stati membri sulla ripartizione delle responsabilità, sui rimpatri e sul futuro delle regole di Schengen.
Perché Ceuta ha mostrato, di colpo, una delle principali soglie di scontro all’interno dell’Unione: fondata sulla libera circolazione, ma costantemente bisognosa di una gestione oculata delle frontiere per garantire il rispetto dei diritti di tutti coloro che ogni giorno tentano di attraversarle.
A cura di Lorenzo Fabbri e Lorenzo Onisto