La comunicazione è una scelta politica

“La pressione del Marocco alle frontiere di Ceuta sta portando al collasso i nostri servizi. Abbiamo vissuto un’invasione, una inaccettabile mancanza di rispetto anche per tutta la Spagna e per l’Unione europea”. A pronunciare queste parole è stato Juan Jesús Vivas, governatore di Ceuta, che martedì 8 settembre è stato in visita istituzionale al Parlamento europeo di Bruxelles.

In quell’occasione, intervenendo in una sala stampa piena come poche volte in una giornata “ordinaria”, Vivas ha chiesto una “risposta decisa” ai Ventisette ma anche un supporto finanziario per far fronte all’emergenza umanitaria che ha colpito l’exclave: “Abbiamo bisogno che l’Europa ci aiuti a tornare alla normalità il prima possibile, e far rientrare tutte le persone in Marocco è l’unico modo possibile”.

Una riflessione: ogni giorno l’agenda europea è piena di appuntamenti di routine, riunioni di commissioni, incontri con stakeholders e tanto lavoro “nei palazzi”. Poi però succede che ci siano degli eventi apparentemente inaspettati, o magari concordati all’ultimo: è la storia del caso Ceuta, un’emergenza scoppiata nel bel mezzo dell’estate che lo scorso 6 agosto ha costretto i membri della commissione per le libertà civili (Libe) a riunirsi in videoconferenza. Collegato c’era Juan Jesús Vivas e anche il commissario alle Migrazioni, Magnus Brunner.

Insomma, una task force in grande stile per un tema caldissimo che ancora continua a dividere l’Europa, con l’Italia in cima alla lista dei Paesi che più di tutti hanno scelto la linea dura in risposta a quanto accaduto. A cominciare dalle scelte comunicative, prima ancora che politiche.

(Da Bruxelles, Simone Matteis)

Quella che segue è un’analisi realizzata da Wiame Mosaid, redattrice di Europhonica e voce di Fuori Aula Network.

L’Europa non è diventata meloniana.
Ma parla sempre più la lingua di Meloni

Dal modello Albania ai “Paesi sicuri”, fino ai return hubs: il governo italiano non ha imposto la propria politica migratoria a Bruxelles, ma ha contribuito a spostare il confine di ciò che l’Unione considera possibile.

L’Unione Europea è diventata più restrittiva nella gestione della migrazione. E il governo Meloni ha contribuito a spostare in quella direzione il dibattito europeo, trasformando alcune sue priorità nazionali in proposte per l’intera Unione. Questa svolta non è però il risultato dell’azione di un solo governo. A Bruxelles, le posizioni più restrittive sull’immigrazione hanno trovato negli ultimi anni un terreno politico sempre più favorevole, anche grazie allo spostamento a destra di una parte degli Stati membri e del Parlamento europeo.

Tra i temi su cui il governo Meloni ha cercato di incidere maggiormente a livello europeo, il principale è l’immigrazione. L’UE aveva già una componente securitaria, che negli anni è diventata progressivamente più centrale, accanto alla tutela dei diritti e alle politiche d’asilo. Con l’inizio del suo mandato, nel 2022, il governo Meloni ha contribuito a rafforzare questa dimensione, rendendo più centrali il controllo delle frontiere, la prevenzione delle partenze e l’efficacia dei rimpatri.

La chiave per influenzare la politica europea è stata la presentazione dell’immigrazione come un problema non solo italiano, ma europeo. La mossa politica più efficace della Meloni non è stata chiedere all’Europa di occuparsi dell’immigrazione, ma convincerla che il problema italiano fosse già un problema europeo. Se le coste italiane sono il confine meridionale dell’Unione, allora il controllo degli arrivi non può essere lasciato alla responsabilità del singolo Stato.

Nel 2023 Meloni rafforza questa posizione attraverso una più ampia strategia di cooperazione con i Paesi africani, di cui il Piano Mattei diventa uno degli strumenti principali. L’obiettivo è intervenire prima che il migrante raggiunga il Mediterraneo, agendo sulle partenze, sui Paesi di transito e sulle reti di trafficanti. Nel giugno dello stesso anno questa impostazione trova un terreno favorevole a Bruxelles. Il Consiglio europeo definisce la migrazione “una sfida europea che richiede una risposta europea” e insiste sul contrasto ai trafficanti, sulla cooperazione con i Paesi di origine e transito e sulla prevenzione delle partenze irregolari.

Il governo italiano porta quindi il modello Albania, come una possibile soluzione da replicare a livello europeo, cercando di ottenere l’interesse delle istituzioni europee. Nonostante gli ostacoli giudiziari e operativi incontrati, l’esperimento italiano ha contribuito a rendere politicamente pensabile qualcosa che fino a poco tempo prima sembrava molto più controverso: la gestione dei migranti e dei rimpatri attraverso strutture situate fuori dal territorio dell’UE.

La stessa logica si ritrova nella crescente attenzione europea alla definizione dei “Paesi sicuri”. Nel febbraio 2026 l’UE ha approvato per la prima volta una lista comune di Paesi di origine sicuri, tra cui Bangladesh, Egitto, India, Marocco e Tunisia, creando un quadro comune per l’applicazione di questo concetto e facilitando procedure d’asilo più rapide in determinati casi. Anche in questo caso, una logica già centrale nella politica migratoria del governo Meloni trova spazio nel quadro europeo.

Nel 2025, quella che fino a poco tempo prima sembrava una soluzione sperimentale entra stabilmente nel dibattito europeo. La Commissione propone una nuova disciplina comune sui rimpatri, e a dicembre, il Consiglio apre alla possibilità di istituire return hubs in Paesi terzi. Nel giugno 2026 Parlamento e Consiglio raggiungono un accordo provvisorio che ne prevede la possibilità, nel rispetto del diritto internazionale e del principio di non-refoulement.

Non significa che Bruxelles abbia semplicemente copiato il modello Albania. Significa che ciò che Meloni aveva presentato come una soluzione italiana è diventato parte delle possibilità considerate dall’Unione Europea.

È qui che emerge il vero cambiamento. Non si tratta soltanto di una maggiore severità nei confronti dell’immigrazione irregolare, ma dello spostamento del confine di ciò che in Europa è politicamente accettabile. I rimpatri, i Paesi sicuri, la cooperazione con gli Stati di transito e perfino l’ipotesi di gestire i ritorni fuori dai confini dell’Unione non sono più soltanto proposte di governi nazionali: sono diventati strumenti discussi e, in alcuni casi, normati a livello europeo.

La riflessione, a questo punto, non è se l’Europa sia diventata meloniana. Non lo è. È piuttosto capire quanto il vocabolario della destra sovranista sia riuscito a entrare nel lessico ordinario della politica europea. La vera vittoria politica di Meloni non consiste nell’aver convinto tutta l’Europa a pensarla come lei, ma nell’aver contribuito a rendere alcune delle sue priorità compatibili con il nuovo consenso europeo sulla gestione della migrazione, un consenso che ormai attraversa gli schieramenti politici e non appartiene più soltanto alle destre.